Veronesi consiglia la contraccezione contro il cancro. «Perché? Ci sono metodi migliori e meno rischiosi»

Il celebre oncologo consiglia l’uso di anticoncezionali per evitare il rischio di cancro all’ovaio. Ma le sue sono teorie superate. Intervista a Stefano Greggi, dell’Istituto Tumori di Napoli

«Donne, prendete la pillola anticoncezionale. Assumerla per 15-20 anni riduce del 90 per cento il rischio di cancro all’ovaio, senza aumentare il pericolo di altri tumori». Sono le parole di Umberto Veronesi che due settimane fa ha lanciato un appello alle donne italiane. «Perché ricorrere alla pillola quando ci sono metodi naturali per la prevenzione del cancro all’ovaio? Perché dire di utilizzarla per così tanto tempo, quando non è necessario? Perché non ricordare gli effetti collaterali della contraccezione?». Sono le domande che rivolge a tempi.it Stefano Greggi, direttore della Chirurgia Oncologica Ginecologica dell’Istituto Nazionale Tumori di Napoli. È noto, infatti, che la pillola contraccettiva può causare la trombosi e anche altri tipi di tumore, come hanno rilevato sia l’Organizzazione mondiale della Sanità sia il Centers for Disease Control and Prevention, organismo della sanità pubblica americana.

Su che studi si basa l’affermazione di Veronesi, ritenuto uno dei massimi esperti del campo?
Dalla teoria degli anni Settanta di Fathalla, che associa alla continua ovulazione l’incremento del tumore alle ovaie. In realtà, le teorie più recenti dimostrano che il rischio di sviluppare questo cancro è legato sopratutto a fattori ereditari di tipo genetico.

Sta dicendo che non esiste una correlazione fra l’ovulazione e il tumore?
Anche ammettendo la correlazione è noto che bastano sei mesi di somministrazione della pillola per ridurre i rischi. Non si capisce, quindi, come mai Veronesi parli di 15-20 anni. Inoltre c’è un altro metodo naturale per non ovulare e non correre i rischi annessi all’uso della pillola contraccettiva: avere dei figli.

Quali rischi si corrono con l’utilizzo della pillola?
La trombosi e altri tumori illustrati dalla letteratura, come quello alla mammella. Inoltre, il tumore alle ovaie ha un indice di mortalità molto alto, essendo l’ottava causa di morte nelle donne, anche perché non viene scoperto in tempo. La colpa è sopratutto dell’informazione, che parla solo del tumore alla mammella. Innanzitutto, quindi, bisogna informare correttamente le persone.

Dopodiché?
La direzione è quella di indagare la storia familiare della donna per vedere se ci sono parenti portatori sani: se dai test risulta una predisposizione genetica al cancro o una mutazione genomica che si associa al tumore alla mammella, si può pensare, una volta raggiunta la menopausa, di asportate le tube e le ovaie. L’efficacia preventiva in questo caso è del 90 per cento.

Non si rischia un’iperprevenzione?
Non dico di seguire l’esempio di Angelina Jolie e di mutilarsi per eliminare ogni rischio, per altro senza intraprendere prima altre strade efficaci e meno invasive. Basta un’informazione e quindi un’indagine corretta. Infine, aggiungo che è bene rivolgersi ai chirurghi con competenze specifiche: il cancro alle ovaie richiede esperienza nel campo della chirurgia non solo ginecologica ma dell’addome e generale.

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