Vento di crisi da oriente. Prepariamoci a un’altra festa di Natale riuscita male

Ciò che temevamo si sta realizzando: la “ripresa” frena prima ancora di incominciare ad accelerare. E il motivo è che il valore aggiunto dell’industria non si schioda

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Pubblichiamo la rubrica di Pier Giacomo Ghirardini contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Purtroppo ciò che temevamo (e che abbiamo provato maldestramente ad argomentare nelle scorse settimane) si sta già realizzando. Il 14 agosto l’Istat ha rilasciato la stima preliminare del Pil per il secondo trimestre 2015: la crescita congiunturale (rispetto al primo trimestre 2015) è stata dello 0,2 per cento, in decelerazione quindi rispetto a quella registrata nel primo trimestre (0,3) quando si era interrotta, per la prima volta, la teoria di variazioni negative (o prossime allo zero) durata tre anni e mezzo.

Il dato in sé non sarebbe tragico, se non avessimo più di 3 milioni di disoccupati e più di 17 milioni di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale – e un rapporto fra debito e Pil (133,1 per cento nel 2015) secondo solo a quello greco. La “ripresa” rallenta prima ancora di incominciare ad accelerare ed è improbabile che si raggiunga la peraltro modesta crescita prevista per il 2015 (0,7 per cento): se va bene ci fermeremo fra lo 0,4 per cento (attuale crescita acquisita) e lo 0,5 (se si confermerà la più recente variazione tendenziale).

Ma ciò che più deve preoccupare è che questo dato deludente per il secondo trimestre 2015 è dovuto alla variazione nulla del valore aggiunto nell’industria e, addirittura, all’apporto negativo della componente estera netta (export-import) – e questa è destinata a subire un ben più grave ridimensionamento nei mesi a venire per effetto della recentissima drastica svalutazione dello yuan e della minore crescita cinese.

Il modello neoliberista di crescita incentrato sull’export sta ormai rivelando tutta la sua miopia e la sua improponibilità su scala planetaria: il domino delle immediate contro-svalutazioni attuate da molti paesi emergenti in risposta alla svalutazione cinese, mostra ancora di più come l’economia reale si stia sempre più riducendo a un gioco paradossale dove tutti vogliono esportare tutto a tutti e nessuno vuole importare niente da nessuno. Come in certe riunioni fra parenti-serpenti, a Natale, dove ci si disfa dei regali banali ricevuti in precedenza rifilandoli ai congiunti.

Intanto cresce la capacità produttiva inutilizzata, ristagnano i consumi, il crollo del prezzo del petrolio sta per innescare un pericoloso processo deflazionistico sulle commodities e una nuova temibile crisi finanziaria si prospetta a oriente – riaccendendo focolai a stento controllati in Europa.

Ci risiamo.

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