Vatileaks 2. Mettiamo le cose in ordine

Sulla vicenda si è scritto e detto di tutto. Ma è meglio rimettere in fila i fatti, per distinguerli meglio dalle (interessate) opinioni

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ci risiamo. La piccola aula del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano con i suo mobili anni Venti, le luci soffuse e lo stemma di Pio XI sul soffitto è di nuovo al centro della scena. Per i media è “Vatileaks 2”, per papa Francesco un “reato”, un frutto marcio della corruzione, per qualcuno un modo per farsi pubblicità e per altri uno dei tanti attacchi alla Chiesa. Due libri nei quali vengono pubblicati documenti riservati di una commissione che il Papa stesso aveva istituito e composto per mettere ordine nelle finanze vaticane.

Vatlieaks 1 era stato uno choc per tutti, soprattutto per Benedetto XVI che aveva scoperto di avere al suo fianco qualcuno che, magari pensando di fare una bella cosa, aveva dato in pasto a una stampa che non aveva mai amato il Papa tedesco carte rubate dalla sua scrivania. Intendiamoci, non che fossero documenti poi tanto sconvolgenti. La cosa più grave, anche per molti vescovi e sacerdoti, era che non si poteva più essere certi della riservatezza, non si poteva essere certi che un argomento delicato, solo per gli occhi del Papa, non venisse poi gettato nel tritacarne mediatico.

Il processo fu un evento mediatico. Ricordo bene l’apertura della prima udienza perché ero lì: in quel piccolo tribunale che la maggior parte del mondo non pensava nemmeno esistesse, si svolse un regolare e correttissimo procedimento penale. Il presidente Giuseppe Dalla Torre, i giudici a latere, il promotore di giustizia, cioè la pubblica accusa, l’avvocato Nicola Picardi, gli avvocati, gli imputati i testimoni. Pochi giorni di dibattimento e poi la sentenza e infine la grazia del Papa. Tutto finito? Nonostante le polemiche, i dibattiti, la pubblicità, sembrava di sì.

Benedetto XVI rinuncia al pontificato pochi mesi dopo, qualcuno suggerisce che è stata proprio la faccenda Vatileaks a spingerlo, i suoi collaboratori fanno capire che no, quella è stata solo una brutta vicenda che lo ha addolorato, certo, ma la decisione dipende da altro.

Intanto arriva Francesco. Anzi il ciclone Francesco. Il Papa diventa un personaggio popolare. Soprattutto, in pochi mesi mette in piedi una serie di commissioni che dovrebbero aiutarlo a riformare la curia e magari la Chiesa. C’è il Consiglio dei cardinali, in parte i suoi grandi elettori, e ci sono due commissioni “economiche”. Una si occuperà dello Ior, l’Istituto per le Opere di Religione che naviga in cerca di una identità; l’altra è la Cosea, nome per esteso “Pontificia Commissione referente di studio e di indirizzo sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede”. La vera novità della Cosea è di essere composta nella quasi totalità da laici. Unico ecclesiastico, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, segretario della Prefettura degli Affari economici, è il segretario alla Cosea, oggi imputato per la fuga di documenti; Joseph F. X. Zahra è il presidente e poi ci sono Jean-Baptiste de Franssu, Enrique Llano, Jochen Messemer, Jean Videlain-Sevestre, George Yeo e infine Francesca Immacolata Chaouqui, a sua volta imputata per la fuga di documenti.

Il valzer delle nomine
E di documenti negli uffici della Cosea ne sono passati molti, a partire dai libri contabili degli enti vaticani. La Commissione ha incontrato dipendenti e ha stilato proposte, anche grazie a società di consulenza esterne come McKinsey, la Kpmg e Ernst & Young, per la quale tra l’altro ha lavorato Francesca Chaouqui. Sorridente, look tipo ragazza-della-porta-accanto ma con elegante tacco dodici, Francesca sa come concedersi senza strafare, ma si vede che non è nel mood. Un paio di anni fa, durante una conferenza, a chi le domandava: «Cosa pensi si possa fare nella comunicazione del Vaticano per cambiare pagina dopo libri, articoli e veleni?», lei rispose: «Penso che ci sia necessità di una maggiore responsabilità da parte degli operatori della comunicazione, perché l’esigenza dell’immediatezza ha cambiato il livello giornalistico necessario. E il Vaticano come qualsiasi altra azienda ha subìto questo problema della immediatezza della comunicazione». Per concludere con un bel discorsetto: che si stia attenti al senso della notizia, e che il senso della notizia non prevalga sul senso etico.

Si arriva al 24 febbraio 2014, quando papa Francesco crea la Segreteria per l’Economia e il Consiglio per l’Economia sostituisce il vecchio Consiglio dei 15 cardinali: il Santo Padre vi inserisce sette laici insieme a cardinali come Reinhard Marx e Agostino Vallini. Tra i laici, il maltese Joseph F. X. Zahra e il presidente dello Ior Jean-Baptiste de Franssu. Ancora più interessante la nascita della Segreteria per l’Economia, destinata a prendere il posto della Prefettura degli Affari economici. La Cosea, così come la Commissione per lo Ior, si chiude con una relazione al Papa il 22 maggio 2014. Tutti a casa. Il 9 luglio il cardinale George Pell, scelto come prefetto della Segreteria per l’Economia, presenta la grande riforma dell’economia vaticana che prende le mosse dai “dieci punti” delineati della Cosea per riformare le finanze della Chiesa.

Nel valzer delle nomine, uno in particolare rimane deluso. È Vallejo Balda, che, già sicuro di essere il segretario della Segreteria, viene invece battuto in volata da monsignor Alfred Xuereb, già segretario di Benedetto XVI. Il monsignore spagnolo, conosciuto come “contabile di Dio”, ha avuto in mano, con alterne fortune, i conti di una diocesi e della Giornata mondiale della Gioventù di Madrid. È proprio il cardinale Rouco Varela, dalla capitale spagnola, a suggerirne il nome per la Prefettura degli Affari economici. Sembra che Francesco non abbia affatto gradito che il monsignore spagnolo abbia venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, e abbia addirittura arredato l’ufficio che avrebbe dovuto avere nella Segreteria per l’Economia.

«Un grave tradimento»
Fino a qui, la cronaca più o meno ufficiale dei fatti. Qualcuno però intanto tramava nell’ombra e provvedeva a trafficare in documenti. Materiali che del resto erano già stati visti e considerati dal Papa e dai suoi più stretti collaboratori, e la cui divulgazione in effetti arriverà molto dopo che Francesco avrà preso le sue decisioni. E qui la storiaccia si ripete. Ma questa volta per il Papa non si tratta, a quanto pare, di una persona “di famiglia”, bensì di una serie di persone abbastanza lontane da Francesco, che pure le ha scelte e nominate personalmente.

Che cosa è successo? La verità verrà fuori solo alla fine del processo, dopo le udienze nel piccolo ma efficiente tribunale vaticano, sul lato opposto della piazza dove si affaccia anche la Casa Santa Marta dove Bergoglio ha scelto di vivere per difendere sobrietà e privacy.

Come sempre, la reazione ufficiale del Vaticano arriva solo dopo la pubblicazione di due libri dai titoli inquietanti. E così il 2 novembre scorso ecco il comunicato: «Nel quadro di indagini di polizia giudiziaria svolte dalla Gendarmeria vaticana ed avviate da alcuni mesi a proposito di sottrazione e divulgazione di notizie e documenti riservati, sabato e domenica scorsi sono state convocate due persone per essere interrogate sulla base degli elementi raccolti e delle evidenze raggiunte». Le due persone sono appunto Vallejo Balda e Francesca Chaouqui. L’articolo del Codice che li riguarda è il 116 bis inserito da papa Francesco nell’ordinamento penale vaticano a luglio del 2013.

Ma nella nota ce n’è anche per i libri: «Va detto chiaramente che anche questa volta, come già in passato, sono frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa e, per quanto riguarda gli autori, di una operazione per trarre vantaggio da un atto gravemente illecito di consegna di documentazione riservata, operazione i cui risvolti giuridici ed eventualmente penali sono oggetto di riflessione da parte dell’Ufficio del Promotore in vista di eventuali ulteriori provvedimenti, ricorrendo, se del caso, alla cooperazione internazionale. Pubblicazioni di questo genere non concorrono in alcun modo a stabilire chiarezza e verità, ma piuttosto a generare confusione e interpretazioni parziali e tendenziose. Bisogna assolutamente evitare l’equivoco di pensare che ciò sia un modo per aiutare la missione del Papa».

L’etica giornalistica non c’entra
Più chiaro di così. Ed è ovvio che è proprio Francesco a volere che il concetto sia chiaro. Tanto è vero che passa solo qualche giorno e arriva un’altra comunicazione: «La Gendarmeria vaticana, nella sua qualità di polizia giudiziaria, aveva segnalato alla Magistratura vaticana l’attività svolta dai due giornalisti Nuzzi e Fittipaldi, a titolo di possibile concorso nel reato di divulgazione di notizie e documenti riservati previsto dalla Legge n. IX Scv, del 13 luglio 2013 (art 116 bis c.p.). Nell’attività istruttoria avviata, la Magistratura ha acquisito elementi di evidenza del fatto del concorso in reato da parte dei giornalisti, che a questo titolo sono ora indagati».

Bastano pochi giorni ancora e arriva il rinvio a giudizio. Il 20 novembre il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano provvede alla notifica «agli imputati e ai loro avvocati della richiesta di rinvio a giudizio presentata dall’Ufficio del Promotore di Giustizia a conclusione della fase istruttoria del procedimento in corso per la divulgazione illecita di notizie e documenti riservati, e del conseguente Decreto di rinvio a giudizio». Solo Vallejo Balda e la Chaouqui devono rispondere del fatto che «all’interno della Prefettura per gli affari economici e di Cosea si associavano tra loro formando un sodalizio criminale organizzato, dotato di una sua composizione e struttura autonoma, i cui promotori sono da individuarsi in Angel Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, allo scopo di commettere più delitti di divulgazione di notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato».

Il secondo motivo è che «in concorso tra loro, Vallejo Balda nella qualità di Segretario generale della Prefettura per gli affari economici, Chaouqui quale membro della Cosea, Maio quale collaboratore di Vallejo Balda per le questioni riguardanti la Cosea, Fittipaldi e Nuzzi quali giornalisti, si sono illegittimamente procurati e successivamente hanno rivelato notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato; in particolare, Vallejo Balda, Chaouqui e Maio si procuravano tali notizie e documenti nell’ambito dei loro rispettivi incarichi nella Prefettura per gli affari economici e nella Cosea; mentre Fittipaldi e Nuzzi sollecitavano ed esercitavano pressioni, soprattutto su Vallejo Balda, per ottenere documenti e notizie riservati, che poi in parte hanno utilizzato per la redazione di due libri usciti in Italia nel novembre 2015».

Nulla a che vedere con la libertà di stampa come gridato dai soloni dell’etica giornalistica e dagli imputati stessi nel circo mediatico. Il reato, alla luce del già citato 116 bis, non è quello di aver pubblicato notizie, ma di aver sollecitato ed esercitato pressioni per ottenere determinati documenti. Di quali documenti si tratti, è chiaro proprio grazie alla pubblicazione dei libri.

Le prime udienze
Tutto ruota dunque intorno a quel numero, 116 bis. Eccolo: «Chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni o con la multa da euro mille ad euro cinquemila. Se la condotta ha avuto ad oggetto notizie o documenti concernenti gli interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede o dello Stato, si applica la pena della reclusione da quattro a otto anni. Se il fatto di cui al comma precedente è commesso per colpa, si applica la pena della reclusione da sei mesi a due anni».

Nell’auletta vaticana, con le luci soffuse, i mobili anni Venti e lo stemma di Pio XI, ci sono anche io insieme al pool di dieci giornalisti la mattina del 24 novembre all’apertura dell’udienza. Il processo è pubblico, ma lo spazio è poco.

Uno degli imputati, il meno noto, arriva per tempo e si mette in un angolo in silenzio. Francesca Chaouqui, maglione e pantaloni sportivi, arriva struccata e curva, molto lontana dalla immagine patinata di certe foto. I pantaloni sono appena slacciati: «Sono incinta e non mi entrano più. Non ne compro altri per scaramanzia», dice. Vallejo Balda sembra sconvolto. Dimagrito, capelli da ergastolano, occhi spauriti, parla solo con il suo avvocato d’ufficio. Poi arrivano i due giornalisti. Gentilmente arroganti, si fanno intervistare da alcuni colleghi compiacenti.

L’udienza si apre alle dieci e mezza e alle undici e tre quarti è già chiusa con un appuntamento per l’interrogatorio degli imputati che inizia lunedì 30 novembre. Lettura dei capi di accusa, richiesta da parte dell’avvocato di Vallejo Balda di avere più tempo per studiare la documentazione, dichiarazione di Fittipaldi che sostiene di non avere abbastanza informazioni per potersi difendere e che in Italia la pubblicazione di notizie non sarebbe stata perseguita. Il promotore di giustizia, nella persona dell’assistente Zannotto, ribatte: qui non ci sono imputati per la pubblicazione di notizie, ma per le pressioni esercitate allo scopo di ottenere documenti riservati. Quaranta minuti di camera di consiglio e la corte rientra comunicando che entrambe le istanze sono state respinte, perché il tempo per la difesa è stato giudicato sufficiente e i motivi dell’accusa sono espressi in modo succinto ma sufficiente. Non solo. Alcuni hanno chiesto di avere un avvocato italiano. Ma nello Stato della Città del Vaticano possono esercitare solo gli avvocati che sono nella lista appesa all’ingresso del tribunale. Come in qualunque Stato, ci vuole una abilitazione.

Cortesie per gli imputati
Il 30 mattina, ancora un rinvio. L’avvocato di Francesca Chaouqui chiede altri giorni per poter studiare le carte processuali e preparare la difesa, la corte le concede di poter depositare una nuova memoria entro il 5 dicembre. L’avvocato Laura Sgrò è stata scelta dalla Chaouqui come difensore al posto di quello di ufficio. Ha cambiato stile Francesca Chaouqui, e arriva in un sobrio ed alegante abito nero di lana, truccata e con i capelli arricciati, decisamente più sorridente rispetto alla prima udienza. Nuzzi molto fashion con gemelli e orologio d’oro, elegante e sobrio Fittipaldi, monsignor Vallejo Balda in clergyman e meno teso. Tesissimo, invece, Maio, con il quale Vallejo Balda si è intrattenuto a lungo. Il monsignore è l’unico che ha mantenuto l’avvocato di ufficio.

Prossima udienza il 7 dicembre alle 9.30. Il processo entrerà nella fase degli interrogatori e delle testimonianze. Si usa il codice Zanardelli con le “novelle vaticane”, gli aggiornamenti. Un codice liberale, perché il Vaticano non ha mai accettato quello voluto dal fascismo. Nel Tribunale vaticano ci sono ancora gentiluomini come il presidente Dalla Torre che, dando l’agenda degli interrogatori, conclude: «Avendo l’ordine di interrogatorio potete organizzare meglio le vostre attività professionali». Gentilezze d’altri tempi.

Foto Ansa


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