Valeva la pena essere Rafa Nadal
Quando si dice che lo sport è passione quasi mai lo si intende in senso letterale: si pensa al trasporto emozionale, all’interesse vivo, all’inclinazione, non alla sofferenza fisica e spirituale. La storia di Rafael Nadal, tennista tra i più forti di sempre, ribalta le frasi fatte e racconta che il prezzo da pagare per raggiungere la grandezza è un dolore a tratti insopportabile. Si intitola semplicemente Rafa il documentario che Netflix ha fatto uscire a fine maggio, pochi giorni prima che l’ex campione spagnolo compisse 40 anni, e non è una retorica celebrazione dei suoi successi – 22 trofei slam, 18 anni di fila nella top 10 mondiale, 14 trionfi al Roland Garros per citare i più clamorosi – né un lacrimevole resoconto dello smarrimento che coglie l’eroe quando capisce che deve abbandonare il campo di battaglia per sempre (ogni riferimento al documentario su Roger Federer è voluto).
«Quando giocavi contro di lui sapevi che era sempre questione di vita o morte», dice a un certo punto Novak Djokovic, il tennista serbo che lo ha sfidato più di tutti e ha segnato con Nadal e Federer la storia di questo sport negli ultimi 20 anni. Rafa non è un documentario destinato ai soli appassionati di tennis, perché ha la capacità di porre una domanda universale su quanto si è disposti a sacrificare per diventare grandi e, soprattutto, se ne vale la pena.
Non contiene nessun buon consiglio per chi vuole diventare un campione di tennis, né casca nella stucchevole esaltazione del “se vuoi, puoi” spesso di moda nella narrazione sportiva. Il tennista maiorchino è uno dei (sempre più rari) sportivi che non ha mai sentito il bisogno di dare lezioni di vita, abbracciare battaglie pubblicamente o fare commenti politici quando giocava, il documentario su di lui non è un manuale di empowerment.
Rafa Nadal, «il giocatore più logorato nella storia del tennis»
Rafa racconta la storia unica di un giocatore unico, «il più logorato nella storia di questo sport», come dice lui dopo un allenamento nei mesi di poco precedenti al ritiro, nel 2024. Non dà lezioni a nessuno, Nadal, anzi dice che per fare quello che ha fatto lui «non bisogna per forza soffrire come ho sofferto io. Io ho seguito la strada che mi ha indicato Toni, e penso fosse la strada giusta». Toni è lo zio che lo ha allenato fin da quando era bambino, quello che gli ha insegnato «a soffrire attraverso lo sport», come dice sua madre. Allenamenti talmente intensi da averlo segnato fisicamente per sempre, fin da piccolo. Dopo la vittoria del Roland Garros alla sua prima partecipazione, a 19 anni appena compiuti, Nadal comincia a sentire un dolore insopportabile al suo piede destro.
Gli esami dicono Sindrome di Muller-Weiss, causata da forze anomale che agiscono sull’osso ancora immaturo del piede. Nessuno sportivo di alto livello al mondo ne ha mai sofferto, per il semplice fatto che con quella malattia non si può fare sport ad alto livello. Operarsi significa quasi certamente smettere, in attesa di capire come risolvere il problema Rafa si allena da seduto, fino a che uno specialista propone di mettere una soletta fatta ad hoc. La soluzione funziona, Nadal ricomincia a giocare, a vincere e a perdere. «Io non sono un vincente», dice, «io sono un combattente: la vittoria è fugace, continuare a combattere dà soddisfazione». Inizia allora la sua corsa contro il tempo: la soletta è un palliativo, non si sa quanto potrà reggere, ogni volta che scende in campo Rafa pensa «quanto mi resta?».

Le rivalità epiche con Federer e Djokovic e zio Toni che fa piovere
Nascono le rivalità epiche con Federer e Djokovic. Contro lo svizzero perde le finali del 2006 e del 2007 a Wimbledon. Nel 2008 giocano quasi cinque ore, Rafa manca il colpo del ko al quarto set e viene rimontato. Rivede i fantasmi delle due sconfitte precedenti, ma prima del quinto set comincia a piovere: partita sospesa e tutti negli spogliatoi.
Quando Nadal giocò il suo primo torneo aveva nove anni, Toni era già il suo allenatore. Il suo avversario era molto più grande di lui e lo zio, vedendolo agitato gli disse di non preoccuparsi: «Se sei in difficoltà faccio piovere». A quell’età quello che dicono i grandi che ci vogliono bene è sempre vero. «Sei capace di far piovere?». «Certo». L’avversario del piccolo Rafa iniziò alla grande: 1-0, 2-0, 3-0, 4-0. Poi Nadal prese coraggio, 4-1, 4-2, 4-3. A quel punto cominciò a piovere. Partita sospesa, tutti negli spogliatoi. Rafa allora andò dallo zio e gli disse: «Toni, puoi far smettere di piovere, posso batterlo».
Molti anni dopo, in quel luglio del 2008 a Wimbledon, quando l’acqua che scende dal cielo di Londra costringe tutti a riparare negli spogliatoi sul punteggio di 2-2, Rafa guarda negli occhi lo zio e gli dice: «Puoi far smettere di piovere, posso batterlo». Parlando di quella finale, poi, Nadal dirà che quella volta era disposto a soffrire più di Federer, per quello ha vinto.
Oltre la soglia del dolore
Delle sofferenze fisiche di Nadal si è sempre saputo, ma Rafa offre un quadro molto più drammatico. La soletta che gli permette di giocare nonostante la deformazione al piede gli distrugge le ginocchia, tanto che Rafa arriverà a farsi iniezioni di Voltaren prima di ogni partita. L’apice è nel 2022, quando vince il quattordicesimo e ultimo Roland Garros giocando con il piede destro completamente anestetizzato, tanto che avrebbe potuto romperselo in campo e non sentire niente.
Lo sport praticato per benessere fisico è un’invenzione recente, da sempre per l’umanità lo sport è sfida ai propri limiti, per superarli ma anche per prenderne atto. In questo senso Nadal è più simile ai ciclisti che correvano Giro e Tour a inizio Novecento rispetto ai runner che inondano le nostre timeline con il conteggio dei chilometri fatti e i selfie in cui mostrano la loro (invidiabile?) linea. «Non posso fermarmi», dice a un certo punto, «è il mio marchio di fabbrica». Tutto nella vita ha una fine, però, e per Rafa quella fine arriva quando capisce che non ha più limiti da esplorare: non perché non ci siano, ma perché il tempo e il corpo chiedono il conto.

C’è una vita dopo il tennis
«Mi ha detto “devo ritirarmi”», dice sua moglie nel documentario, «non ha detto “voglio”. Non aveva più nulla da dare». Ci prova fino alla fine, perde partite imbarazzanti e capisce che l’addio al tennis è la cosa più ragionevole da fare. Lasciare dopo una vita ai massimi livelli – Nadal è l’unico tennista della storia ad essere stato numero 1 al mondo in tre decenni diversi – non è facile. «Smetti di essere ciò che sei stato e di te resta solo la persona», dice. Ma non è mica poco.
Tutto il documentario è attraversato dalle immagini di lui con la sua famiglia, a casa sua e in giro per il mondo, si capisce che uno dei più grandi tennisti di sempre non è mai stato solo: il padre, la madre, la sorella, sua moglie e i suoi figli ricorrono continuamente nelle quattro puntate prodotte da Netflix. La penultima scena è uguale alla prima: Nadal che con le lacrime agli occhi registra il video in cui annuncia l’addio al tennis. L’ultima è Rafa che gioca in casa col suo figlio più grande, Rafelet, mentre sua moglie Maria Francisca li guarda tenendo il braccio il più piccolo. «Ne è valsa la pena?», si chiedeva il poeta portoghese Fernando Pessoa. «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccina». E Rafa ha messo nel tennis un’anima ancora più grande di 22 slam.
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