“Uno di noi”, ricorso dopo la bocciatura della petizione a Bruxelles. «L’Europa risponda: l’embrione è o non è un essere umano?»

Intervista alla portavoce del Comitato italiano, Maria Grazia Colombo: «Non è stato rispettato il trattato di Lisbona. Si esprima il nuovo Parlamento»

Sembrava solo una partita importantissima finita male, «ma non potevamo tacere davanti a una simile lesione della democrazia da parte delle istituzioni europee». Maria Grazia Colombo, portavoce del comitato italiano della campagna “Uno di noi”, spiega a tempi.it le ragioni del ricorso presentato il 25 luglio scorso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea dall’intero Comitato europeo contro la bocciatura da parte della Commissione di Bruxelles della petizione firmata da 1.901.947 cittadini di tutti i 28 paesi membri per chiedere leggi a tutela dell’embrione umano.

L’OBIEZIONE TECNICA. «Innanzitutto la questione è di tipo tecnico», spiega Colombo. La motivazione fornita dalla Commissione europea, che ha scelto di respingere l’iniziativa senza nemmeno passare dal Parlamento, «non è giuridicamente appropriata, perché non risponde alle domande sollevate nella petizione, contrariamente a quanto previsto dalla procedura istituita dal trattato di Lisbona». Sostanzialmente l’iniziativa domandava all’Europa di impedire la ricerca sugli embrioni, di fatto Bruxelles ha replicato che è già impedita. Non è vero? «Se fosse così, non avremmo lavorato per tanti mesi», risponde Colombo. «Il punto è che molte sperimentazioni finanziate dall’Europa non hanno come scopo diretto l’uso degli embrioni, ma poi aprono alla possibilità di servirsene».

LA DOMANDA FATIDICA. Oltre che tecnica, però, la questione è anche di principio. Secondo Colombo, «è inaccettabile che si continui ad affermare la necessità di una partecipazione più ampia dei cittadini, incolpandoli di disinteressarsi delle istituzioni europee, e poi si snobbi l’iniziativa popolare più ampia e universale mai portata avanti in Europa». Il ricorso del Comitato fa persino un passo in più rispetto alla petizione, chiamando in causa la sentenza della stessa Corte di Giustizia Ue del 18 ottobre 2011, in cui si legge che «sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un “embrione umano”, dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano». Da qui però non si capisce chi o come sia considerato l’embrione, «ora invece non possiamo che rivolgere all’Europa la vera domanda: “L’embrione è o non è essere umano?”». Se prima la petizione era centrata sulla ricerca, ora «ci è parso inevitabile parlare della questione di fondo, anche se è ciò che terrorizza tutti quelli che ci hanno contestato per paura che traballassero le fondamenta della legislazione sull’aborto».

PARLINO I NEO ELETTI A STRASBURGO. Un’altra obiezione sollevata dal Comitato “Uno di noi” subito dopo la vanificazione della raccolta firme è rispetto alla scelta della Commissione di pronunciarsi immediatamente dopo le elezioni europee, appena prima delle dimissioni dei vecchi commissari e senza dare la possibilità al nuovo Parlamento di pronunciarsi. Ma che pensano i parlamentari appena eletti? «In Italia, dopo la bocciatura da parte della Commissione abbiamo rivolto un appello ai giuristi, agli scienziati politici e ai politici che ha rimesso in moto le cose. Ma dei parlamentari europei nessuno ha ancora parlato. Auspichiamo che lo facciano adesso, soprattutto coloro che hanno sottoscritto gli appelli in difesa della vita e della famiglia».
Anche perché «è dalla difesa dell’embrione che dipendono tutte le altre battaglie: se la vita è disponibile e mercificabile allora tutto è relativo e quindi permesso. Questo lo capiscono più persone di quante immaginiamo, come dimostrato dal successo della petizione. Il punto è non rinchiudersi nel silenzio pensando che tanto non c’è nulla da fare: la resa non fa che favorire l’avanzata di una leadership elitaria».