Under 21, Italia-Spagna è sfida impari. Ma non fermiamoci al confronto Bardi-De Gea

Sulla carta la sfida tra le due finaliste dell’Europeo depone a netto favore degli iberici. Ma il risultato ottenuto fin qui dagli azzurri dice che in Serie A qualcuno sta iniziando a scommettere sui giovani.

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David de Gea ha 23 anni, Francesco Bardi 21. Il primo ha passato una stagione a difendere i pali dello United tra Premier e Champions League, il secondo ha inseguito i play-off per salire in Serie A col Novara. Lo spagnolo era diventato per Ferguson titolare inamovibile, spinto in là dalla giusta pazienza tenuta dallo scozzese quando un anno fa il suo estremo difensore combinava frequenti pasticci tra i pali. Il numero uno dell’Italia invece in Serie A ha giocato solo una volta, 3 anni fa, è di proprietà dell’Inter che lo ha girato in prestito in Serie B, da dove non sa ancora se e quando riscattarlo. De Gea ha un valore di mercato di 17 milioni di euro maturato in quattro stagioni e 117 presenze spese al top di Liga e Premier, Bardi varrà forse un quarto di quella cifra, e nei giorni scorsi si diceva che addirittura potesse essere girato alla Juve come pedina di scambio per livellare il prezzo di Isla.

CONFRONTO IN CIFRE. Ci si può fermare qui nel confrontare i due portieri delle Under 21 di Spagna e Italia, che oggi si sfideranno a Gerusalemme per la finale dell’Europeo di categoria. I due estremi difensori sono l’emblema di entrambe le squadre, con la rappresentativa iberica di gran lunga favorita su quella italiana: sul sito di Panorama si confrontano i valori economici tra l’undici di Mangia (che vale 103 milioni), e quello di Lopetegui, stimato a 176. Insomma, sulla carta non dovrebbe esserci storia. Eppure quanto visto fin qui in questo Europeo dice che Bardi e compagni non hanno poi sfigurato così tanto rispetto a De Gea e gli altri, arrivando alla finale di oggi pomeriggio mettendo in mostra un ottimo calcio, compatto e chiuso quando serviva, brioso in altre situazioni, subendo una sola rete su rigore al 90′ di una partita quasi inutile e mandando in rete ben sei uomini diversi in 4 partite. Viene da chiedersi dove sia tutto questo ribollire di talento nei nostri club durante il resto dell’anno, spesso dimenticato in panchina dietro a sconosciuti e costosi colleghi acquistati dall’estero oppure girato in prestito nelle serie minori, con poche speranze di poter tornare.

BRILLANO IN TANTI. Ma una lettura simile è decisamente parziale. Perché è vero che i nostri giovani hanno poco spazio in Italia, ma negli ultimi 12 mesi sono stati fatti grossi passi avanti. I casi specifici parlano chiaro: Insigne ha passato al meglio la prima stagione al Napoli e ora potrà reclamare più spazio, Gabbiadini si è fatto le ossa giuste per provare il salto in un club di prima fascia, che se non sarà la Juve sarà forse la Fiorentina. Saponara aspetta di arrivare al Milan e farsi misurare, Destro ha avuto spazio alla Roma ma ha patito gli infortuni, Paloschi al Chievo si sta costruendo il suo spazio vitale, Verratti sarebbe rimasto in A se qualcuno fosse riuscito a far concorrenza ai milioni del Psg. È vero, la nostra linea difensiva è tutta targata Serie B e potrebbe rivendicare maggiori possibilità, ma non sempre scommettere sui giovani in toto è un aiuto per loro: i casi di Immobile e Perin sono abbastanza eloquenti. Al Genoa il primo ha ottenuto meno di quanto ci si aspettasse, il secondo ha chiuso la stagione cedendo la casacca titolare a Pelizzoli.

IL LAMENTO DI BORINI. «Sono andato al Liverpool perché da noi manca la fiducia», è stato il lamento di Borini dopo il gol vittoria all’Olanda. Vero quanto dice l’ex-giallorosso, che però dimentica forse che un anno fa lui stesso era agli Europei di Polonia e Ucraina, convocato a sorpresa da Prandelli, reduce da una stagione ottima alla Roma, dove era sceso in campo 24 volte con Luis Enrique, non poche per un 22enne. La verità è che il calo di appeal della Serie A ci sta costringendo a valorizzare comunque ciò che abbiamo in casa: forse potremmo farlo meglio, sicuramente da altre parti ci sono progetti ben più robusti, ma non si può pretendere che basti un anno per metterci al pari di nazioni che da ormai diverse stagioni adottano politiche simili. E, in fondo, dati alla mano siamo l’unico dei cinque massimi campionati europei ad avere in aumento la percentuale di minuti giocati dai nostri ragazzi dell’Under. Che in finale d’Europeo ci è arrivata. A differenza della Germania del tanto celebrato modello tedesco, uscita ai gironi con una sola vittoria.

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