Una pillola per affrontare i lutti? «Attenti, è un modo per scappare dalla realtà»

Il dolore per la morte diventa una malattia. E subito arriva la pillola. Intervista a Marina Sozzi: «Se diciamo che malessere è malattia diventiamo una società spietata, mentre il limite può diventare risorsa»

«Ingurgitare una pillola per affrontare un lutto è un modo per scappare da tutto». Lo dice a tempi.it la professoressa Marina Sozzi, consulente e docente di tanatologia storica presso l’Università di Torino.

Facciamo un passo indietro. La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato un articolo in cui si esprime preoccupazione per l’inserimento del dolore per la morte di un caro fra le malattie psichiatriche. Infatti, secondo il nuovo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm-V) il lutto sarebbe una disfunzione psichiatrica da trattare con medicinali e psicofarmaci. Nell’articolo sono evidenziate le apprensioni di alcuni psichiatri per il rischio di medicalizzazione del lutto e per gli interessi delle case farmaceutiche.
Della questione si è occupato anche l’Osservatore Romano che, oltre a segnalare l’aspetto di interesse economico, ha messo in rilievo l’incapacità da parte della società, del curante e del soggetto del lutto di sostenere il dolore. Sul quotidiano della Santa Sede, la stessa Sozzi è intervenuta per chiedere: «Ma davvero vogliamo essere e diventare così, macchine da guerra, senza umanità e fragilità, senza dolore e vulnerabilità, neppure quando la sventura ci è addosso, neppure quando un grande affetto ci lascia? È questa la società di domani che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli?». Una società che pensa di eliminare la vulnerabilità, ma che in realtà sostituisce alla ricerca di relazioni, che il bisogno e la debolezza possono generare, la solitudine di un farmaco.

«Il LIMITE E’ UNA RISORSA». Riprendendo il filo del discorso, Sozzi spiega a tempi.it: «Così si scappa da tutto e ingurgitiamo farmaci pur di non fermarci. Non ci abbandoniamo al malessere, non facciamo spazio alla riflessione necessaria per attraversarlo e proiettarci fuori dalla solitudine, alla ricerca appunto di relazioni vere». Per Sozzi, infatti, la vulnerabilità è una risorsa che rende l’uomo più vicino e solidale all’altro. Al contrario rimaniamo monadi che prima o poi crollano: «Ci sono casi dove il lutto, legato a storie e pazienti patologici, necessita il farmaco. Ma questa operazione, avallata dai medici e dettata dalle esigenze della Big Pharma, è fuorviante: prendiamo una pillola e così cerchiamo di risolvere il vuoto buttandoci nel lavoro, ad esempio, nelle cose materiali per non pensarci». Così però non si risolve davvero il disagio, «solo che non ci accorgiamo, pensiamo di essere ancora indipendenti e quindi forti ma rimaniamo soli, fermi». Come si risolve quindi il disagio e il dolore? «Attraversandoli, perché sono davvero una porta che ci apre ad altro: ho visto persone riordinare le proprie priorità e riscoprire la bellezza degli affetti guardando alla perdita di un caro. Al contrario, ho incontrato persone che per evitarli si sono buttate nel lavoro e dopo anni sono esplose dal dolore». Dal punto di vista scientifico, per la professoressa l’operazione è menzognera: «Una società vuole decidere cosa è accettabile o meno? Lo faccia, ma almeno non usi la scienza quando di scientifico nell’asserzione che malessere sia uguale a malattia non c’è nulla. Perché se un’opinione passa per verità scientifica siamo alla mistificazione pura. Per non parlare della spietatezza di un mondo in cui sempre di più l’uomo si concepisce sbagliato e non si accetta perché limitato o sofferente. Quando il limite è, invece, una risorsa».