Una madre ai piedi delle eterne Dolomiti

E d’improvviso sai che in un tramonto come questo vi ritroverete coetanee. A cercare con più ansia che allora, il segreto che in queste cime intuivi da piccola

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«Questa sera le guardi, e non sai se indichi ai tuoi figli i loro nomi, o se è a loro che stai mostrando i tuoi figli (“Vedete? Ve li ho portati a conoscere”)»: scriveva così la nostra Marina Corradi su Tempi qualche anno fa. 

Nella cartolina d’epoca in bianco e nero un gruppo di montanari sorride davanti a una malga. Le donne portano gonne lunghe fino ai piedi. Seiser Alm, 1924, leggi. Il sole di quell’estate lontana sull’Alpe di Siusi splende ancora nel candore delle gonne bianche contro il nero dell’ombra. Doveva essere una giornata caldissima, l’aria odorosa di fieno.

Le montagne all’orizzonte sono assolutamente uguali: i Denti di Terrarossa, il Sassolungo, il Sassopiatto. Belle e regali allora come questa sera. Se le guardi attentamente, non puoi evitare l’idea che anch’esse ti stiano guardando. Splendide e fiere mentre un altro giorno finisce – loro, invece, immortali. Ti ricordi allora, con una tenerezza dolorosa, che già da piccola, nelle estati fra queste valli, la sera restavi zitta davanti a queste cime – incantata dalla bellezza, ma anche da qualcos’altro, che non riuscivi ad afferrare. Già allora le Tofane, o le Odle – come vecchie sorelle incamminate assieme verso i vespri, al tramonto – ricambiavano il tuo sguardo. «Noi siamo qui da sempre», sembravano dirti, benigne come giganti buoni, «e tu, solo da ieri». Le Dolomiti erano vecchissime, e tu appena una bambina.

A vent’anni, nelle gite d’estate, nelle sere nei rifugi tra le risate degli amici, ancora le Odle e le Tofane erano antiche madri, sorridenti del tuo passo leggero sui loro sentieri.

Questa sera le guardi, e non sai se indichi ai tuoi figli i loro nomi, o se è a loro che stai mostrando i tuoi figli («Vedete? Ve li ho portati a conoscere»). Ma, scopri, non ti appaiono più così vecchie, vegliarde forti ma più antiche dei tempi. Né loro ti sorridono più, ti pare, come fanno i vecchi coi ragazzi. Benevole ma pensose invece, e più silenziose del solito.

E d’improvviso sai che, ancora non molti anni, e in un tramonto come questo vi ritroverete coetanee, la tua faccia incisa e spaccata dal tempo come la loro dal gelo, e dal sole. Potrebbero dirti anzi: «Noi siamo qui per sempre, e tu?». Non lo diranno però, perché queste grandi creature non si fan beffe dei vecchi. Tu ugualmente resterai attonita a ricordare quando le guardavi da bambina, e come il tempo è passato in un soffio. Cercherai, con più ansia che allora, il segreto che in queste cime intuivi da piccola. E nella loro mole imponente e splendida troverai forse, una sera, la certezza che quelle guglie, e i crepacci orrendi, e le vertigini di questi abissi ti incantano da sempre, perché portano l’impronta di un’altra mano.

Poi, altri dopo di te verranno. Lontani a loro gli anni tuoi, come a te quella cartolina in bianco e nero: Seiser Alm, 1924, il sole a picco e le fanciulle di Siusi così sorridenti, così in fiore.

Foto Alpe di Siusi da Shutterstock

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