Una giustizia in costruzione

Di Carlo Marsonet
28 Maggio 2026
Conversazione con la professoressa Elena Irrera sul suo ultimo libro “Una giustizia in divenire. Le radici teoriche della solidarietà”
(Foto Ansa)

Associata di Filosofia politica all’Università di Bologna, Elena Irrera si occupa da tempo del pensiero antico con particolare attenzione al tema della solidarietà e della giustizia. Proprio su tali argomenti ha appena pubblicato con l’editore Rubbettino un volume ponderoso: Una giustizia in divenire. Le radici teoriche della solidarietà. In quasi seicento pagine, la studiosa marchigiana elabora una storia del concetto di solidarietà passando in rassegna alcuni classici del pensiero greco, come Aristotele, lo stoicismo e Cicerone, venendo in seguito al suo significato nell’etica cristiana delle origini. Un progetto ambizioso, dal momento che in un secondo volume Irrera affronterà anche autori più vicini a noi.

Professoressa, partiamo dai fondamentali: quale è la funzione etico-politica della solidarietà e in che misura essa si lega alla giustizia?
Direi anzitutto che la solidarietà non sia da identificarsi con un imprecisato atteggiamento di benevolenza altruistica verso persone in difficoltà. Credo piuttosto che, nella sua funzione squisitamente politica, la solidarietà implichi un atto fondazionale di riconoscimento: quello del diritto degli individui a essere visti nella loro eguale dignità di esseri umani. Una solidarietà incardinata negli ordinamenti istituzionali dovrebbe offrire a ciascun individuo la garanzia di potersi pensare come membro di una comunità intessuta di legami vivi, dinamici e fondati sul rispetto reciproco. Penso che la funzione della solidarietà sia duplice: da un lato, può rafforzare la giustizia rendendola meno impersonale attraverso la promozione di modalità di cura, di comprensione delle difficoltà e di responsabilità condivisa; dall’altro, può colmarne le lacune, presentando come vere e proprie “questioni di giustizia” dei bisogni che, finora, potrebbero non essere stati sufficientemente ascoltati.

Una teorizzazione embrionale del concetto di solidarietà si può già rintracciare in Aristotele, secondo il quale una “vita buona” non può fare a meno della virtù e della solidarietà stessa: ci può spiegare il punto?
Aristotele ritiene che la natura umana sia non solo un principio spontaneo di mutamento, ma anche un traguardo da raggiungere attraverso educazione e scelte ponderate. Per essere condotta in maniera corretta e non arbitraria, la vita buona, che è esercizio di potenzialità razionali ed emotive distintamente umane, prevede il raggiungimento di una piena corrispondenza tra ciò che è bene per il singolo individuo e ciò che è bene per la comunità politica di riferimento. È solo incarnando una versione eticamente e intellettualmente virtuosa della propria natura politica e comunitaria che ogni essere umano può realizzare il proprio bene. A questo scopo, si rende necessaria una giustizia che non si esaurisca in un’acritica obbedienza alle leggi in vigore, ma che venga potenziata da legami di concordia e di amicizia politica promossi da legislatori virtuosi. È proprio nella corrispondenza tra giustizia e amicizia (philia) che, a mio parere, va rintracciato un embrionale concetto di solidarietà.

Veniamo alla scuola stoica. Quali sono i perni attorno ai quali ruota l’argomentazione degli stoici in tema di solidarietà?
A mio parere, essenziale a una comprensione della solidarietà nelle dottrine stoiche è l’idea che gli esseri umani appartengano ad una comunità universale, che trascende confini politici e territoriali. Tale appartenenza non è pensata dagli stoici come semplice dato di fatto, bensì come invito rivolto dalla natura agli umani a scegliere consapevolmente la stessa razionalità naturale come criterio di retta condotta. Il vivere ‘conformemente a natura’ prevede per ogni persona non solo la possibilità, ma anche la necessità di sintonizzare i propri interessi e prospettive a un logos universale, che guardi all’intero. Operando in vista del mantenimento di un saldo legame tra le parti, il logos garantisce anche quell’inter-comunicabilità che fa percepire il bene e la vulnerabilità sperimentabili da ciascuna parte del cosmo come questione che riguarda tutte le altre. Si tratta, chiaramente, di un insegnamento che ogni essere umano che aspiri alla virtù e alla giustizia dovrebbe far proprio.

Perché in riferimento a Cicerone lei parla di solidarietà come «costruzione in fieri»?
Ritengo che la riflessione filosofica di Cicerone offra spunti interessanti per ipotizzare che la solidarietà si realizzi per mezzo della graduale integrazione di spazi di relazione e di convivenza umana, e che il suo sviluppo avvenga entro processi di natura storica, politico-istituzionale e giuridica. Cicerone recupera un’intuizione stoica alla base della dottrina dell’oikeiōsis (traducibile con “appropriazione” o “familiarizzazione”): la natura spinge l’individuo a raggiungere una consapevolezza e una conservazione di sé attraverso il progressivo esercizio di capacità individuali e di interazione con i suoi simili. A mio avviso, il fulcro della solidarietà è rintracciabile nell’ideale di res publica, che Cicerone interpreta come rete di rapporti tra cittadini capace di garantire forme di convivenza libera e rispettosa, e ciò sulla base della comune adesione ad un diritto (ius) che, nella sua forma perfetta, risulta allineato ai dettami di una legge naturale orientata al bene comune.

Veniamo infine all’etica cristiana delle origini. Quale è il ruolo che può giocare l’ideale cristiano dell’agapē soprattutto nella contemporaneità?
Penso che l’ideale cristiano dell’agapē possa svolgere un ruolo decisivo nel rafforzare la giustizia oltre i limiti di un diritto astratto e impersonale. In società marcatamente segnate da individualismo e frammentazione, l’agapē introduce un principio di responsabilità verso l’altro che non si fonda sul puro interesse, ma sul rispetto dell’uguaglianza tra esseri umani. È cruciale, a questo proposito, il concetto di ‘prossimo’ (già presente nella tradizione veterotestamentaria), che va inteso non come figura astratta o semplicemente ‘vicina’, ma come individuo specifico dotato di autorità ad essere riconosciuto come ‘eguale’. Ciò implica un dovere di attenzione e cura che integri la giustizia formale in direzione più ‘mirata’. Credo che la politica abbia la possibilità di incorporare con successo il valore dell’agapē nei propri meccanismi di funzionamento, per renderli più attenti alle esigenze di vita e di relazione dei singoli e per consentir loro di edificare un’autentica ‘comunità’.

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