Un caso estivo di “punto di fuga” e il cemento armato dell’ideologia

Antonio Simone è la notizia dell’estate. E molto al di là delle vicende giudiziarie che lo riguardano. “Punto di fuga” è dove la gente è costretta a cercarsi e a cercare un bene. Un respiro. Cioè, un senso.

Antonio Simone è la notizia dell’estate. E molto al di là delle vicende giudiziarie che lo riguardano. Quanto al nesso del suo caso con lo stato della giustizia in Italia: anche se uno dei segni dei tempi malvagi che viviamo è la demolizione bestiale delle garanzie di rispetto per la persona umana (anche se imputata), fattore basilare di una civiltà, la presunzione di innocenza rimane un principio centrale nel nostro ordinamento democratico e costituzionale. Seconda cosa: come abbiamo scritto fin dal 13 aprile scorso, è ovvio che non si avrebbe nulla da ridire di una sentenza che condannasse una persona sulla base di elementi probatori “oltre ogni ragionevole dubbio”. Si ha invece da ridire quando la condanna in un’aula giudiziaria (come in Italia accade da un ventennio a questa parte) diventa l’ultima, ma proprio l’ultima, appendice di sentenze già scritte per via mediatica e tortura del carcere preventivo.

Ma sopravanzando anche questi aspetti, pur così decisivi per il destino della giustizia e delle libertà italiane, la notizia dell’estate di cui si accennava sopra è che, come testimoniano le lettere dal carcere di Simone e il titolo del Meeting di Rimini, “La natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito”. Perciò l’uomo è libero, ed è tanto più libero – anche se ristretto in una cella di sette metri quadrati con altri tre o sei uomini – quanto più è teso a considerare tutte le dimensioni della sua umanità. Compreso quella del limite proprio e altrui. E perciò povero uomo, quello che, come ha detto Simone nell’intervista al Corriere della Sera, non ammette di essere peccatore come tutti. «E comunque, mi sento peccatore dall’età in cui ho cominciato a usare la ragione». Qui sta tutta la radice della sanità di una persona e di un mondo. «Ho seriamente paura di chi non si sente peccatore». Qui sta tutta l’impostura di adesso. L’impostura di questa giustizia, di questa economia, di questa politica, di questa religione. Fanno tutte paura perché abbarbicate alla negazione dell’Infinito e alla presunzione smisurata del finito che si vuole (per sé) puro e senza peccato.

Però «il problema – ci scrive Antonio in una lettera privata – è che il “no” a questa cultura, il “no” espresso così bene dal Papa, deve diventare un “sì” a qualcosa». Poi Simone crede di passare ad altro argomento, ma invece descrive esattamente cos’è “un sì a qualcosa”: «Qui in carcere c’è qualcosa di veramente grande. È un luogo di sofferenza, come un ospedale, ma la sofferenza non è fisica, toglie alle persone ogni sovrastruttura circa il senso della vita, lo scopo, il modo di affrontarla. È un’immensa fraternità (pur di gente che si odia, almeno per la razza), le cui domande essenziali sono all’ordine del giorno di ogni incontro, nell’ora d’aria, a cena, nel corridoio». Cercate una descrizione della vita quotidiana nei monasteri medievali. Troverete cose come le lettere di Simone da San Vittore. Oggi i monasteri ricominciano dalle galere e da tutte le circostanze dove meno ti aspetteresti un punto di fuga da «quel palazzo di cemento armato e senza finestre», come dice il Papa, che è la mentalità ristretta e misantropa che ci preme e ci toglie l’aria da ogni parte. “Punto di fuga” è dove la gente è costretta a cercarsi e a cercare un bene. Un respiro. Cioè, un senso. Dopo tutto, ci ha appena scritto una molto illustre collega in un messaggino di quelli che ci si scambia per diporto, «Ci sono sempre delle circostanze nella vita che ci riportano alla radice fondamentale di ogni essere umano: il desiderio di felicità oltre le nostre costruzioni di tutti i giorni». Sì, l’uomo c’è. E le circostanze lo rivelano.

Solo quest’uomo, l’uomo (il bambino) così com’è in natura, è il protagonista di tutta la storia. Di tutta la storia umana che grida con il poeta Pär Fabian Lagerkvist: «Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?/ Che colmi tutta la terra della tua assenza?». In questo senso definitivo Antonio Simone è la notizia dell’estate. Egli è una sanità. Una libertà. Una domanda, E perciò, un mondo che ricomincia.