Ue, altro che «solidarietà». Il Nord prepara un altro scherzetto all’Italia

Mentre tirano per le lunghe il Fondo per il rilancio, Germania & co. sfruttano le maggiori risorse per ricapitalizzare aziende in rovina. Quando anche noi avremo i fondi per farlo, torneranno i divieti sugli aiuti di Stato

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L’Unione Europea non fa che riempirsi la bocca con la parola «solidarietà», ma per ora di fatti se ne sono visti pochi. L’Italia, come anche Francia e Spagna, dopo aver abbandonato l’effimero sogno degli Eurobond, punta tutto sul Fondo per la ripresa (Recovery Fund). All’ultimo Consiglio europeo, i leader dei 27 si sono dimostrati ancora molto divisi sul tema e l’intervista che il presidente del Consiglio, Charles Michel, ha rilasciato oggi al Corriere lo conferma.

«IL FONDO PER IL RILANCIO? SI VEDRÀ»

Dopo molte dichiarazioni al miele («l’ultimo Consiglio europeo è stato essenziale», è pronto «un piano Marshall per la ripresa», «c’è la volontà di lavorare velocemente e insieme», «nessuno Stato Ue può uscire da solo dalla crisi»), ecco le risposte fornite da Michel alle domande chiave. Il Fondo per il rilancio comincerà a distribuire risorse a chi è in difficoltà a partire da luglio come chiesto dall’Italia? «Il Mes sarà disponibile al più tardi dall’inizio di giugno». Sì, ma il Fondo per il rilancio? «Ci prenderemo il tempo che serve, poi si vedrà». Ammonterà però a 1.500 miliardi come indicato dal commissario europeo Paolo Gentiloni? «Non confermo e non smentisco». Le risorse saranno distribuite come prestiti o sovvenzioni a fondo perduto? «Servirà un compromesso». L’architettura si fonda sul bilancio Ue 2021-2027: verrà approvato entro giugno? «In febbraio non abbiamo trovato l’accordo, è sempre molto difficile. Questa volta il dibattito è anche più difficile a causa della Brexit».

Di fronte alle risposte di Michel, si capisce che parlare di «accordo raggiunto» tra i 27 sul Fondo per il rilancio è alquanto ottimistico. È quasi certo che, a meno di miracoli, le eventuali risorsi che il Fondo eventualmente stanzierà non arriveranno prima del 2021 (e c’è chi dubita in ogni caso che sia ciò che serve davvero). Nel frattempo, ribadisce il presidente del Consiglio europeo, c’è il Mes ma anche la sospensione delle regole sugli aiuti di Stato. E qui si apre un’altra partita che con la tanto sbandierata «solidarietà» ha poco a che vedere.

COSÌ LA GERMANIA VUOLE «SFRUTTARE» LA PANDEMIA

Lo spiega bene Repubblica in un pezzo dal titolo: «Ue divisa sugli aiuti di Stato. La Germania spaventa il Sud». Spiega Alberto D’Argenio:

«Il timore dell’Europa meridionale è che i partner settentrionali, con debiti sovrani più bassi e quindi con maggiore capacità di spesa pubblica, approfittino della sospensione delle regole sulle ricapitalizzazioni statali per rifare il look alla loro industria. Sfruttando la crisi pandemica con effetti distorsivi permanenti del mercato interno e allargando la forbice di competitività tra i due blocchi dell’Unione».

Per impedire queste distorsioni, Bruxelles aveva proposto che gli interventi di salvataggio potessero essere effettuati liberamente fino a 100 milioni per azienda. Sopra quella cifra, è necessario ottenere il via libera della vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager. La Germania ha chiesto di alzare la soglia da 100 milioni a ben 5 miliardi, presentando poi una proposta formale di 3 miliardi.

PRIMA LE BANCHE, ORA LE AZIENDE

Continua Repubblica:

«Da qui l’allarme del Club Med, spaventato da una riedizione del 2008-2009 quando la Germania e gli altri del Nord salvarono le loro banche e poi fecero passare il bail-in in Europa, impedendo agli altri di fare altrettanto e guadagnando un vantaggio competitivo permanente. Il rischio è concreto: sui 1.800 miliardi di aiuti pubblici approvati da Bruxelles da inizio pandemia, il 55% è in favore della Germania, il 20% della Francia e il 10% dell’Italia».

Mentre tirano per le lunghe l’accordo sul Fondo per il rilancio, gli “alleati” del Nord il rilancio se lo fanno da soli, alla faccia (e alle spalle) di chi non può e sfruttando l’assenza di regole per l’emergenza coronavirus. Ora il timore è che «senza i controlli Ue i tedeschi rimettano a nuovo la propria industria e un domani gli altri rimangano indietro». Bruxelles sta pensando di frenare le mire tedesche, imponendo un tetto di 250 milioni. Nulla è ancora deciso, ma sembra che ci sia una bella indifferenza in Europa su come interpretare la parola «solidarietà».

Foto Ansa