«Tutto il Pdl col governo o il governo diventa di sinistra». La battaglia di Alfano (e Berlusconi) per l’unità del partito

Le trattative del segretario e del Cavaliere per mettere da parte gli estremisti del Pdl senza andare verso la rottura

Le cosiddette colombe del Pdl – ovvero i ministri del governo Letta e i settanta parlamentari filogovernativi che tra giorni fa hanno convinto Silvio Berlusconi a cambiare idea sulle larghe intese e a rinnovare la fiducia al governo Letta – sono «sicuri di aver vinto» e ora «vogliono un partito che frequenti la democrazia (magari con un vero congresso), vogliono gli estremisti messi da parte» e «vogliono che Angelino Alfano governi il partito, senza lacci», scrive sul Corriere della Sera Andrea Garibaldi.

LA RICERCA DELL’UNITÀ. Berlusconi «ormai li ascolta con attenzione», si legge sul Corriere, ed è «pronto ad accogliere in particolare la richiesta su Alfano». In vista dell’incontro di ieri a Palazzo Grazioli tra il Cavaliere, lo stesso Alfano e i capigruppo del Senato Renato Schifani e della Camera Renato Brunetta, sono state diverse le esplicite dichiarazioni delle colombe a favore della “defalchizzazione” del Pdl, da parte di Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e non solo. Ma al di là delle trattative, ancora tutte da svolgere, sui futuri organi dirigenziali e sui nomi (pochi) degli esponenti dell’ala “estremista” a cui eventualmente sarà richiesto un passo indietro, gli “alfaniani” sono determinati a tentare di mantenere l’unità del partito. Lo hanno dimostrato ieri condannando come antidemocratico nei loro comunicati il voto della Giunta del Senato favorevole alla decadenza di Berlusconi.

IL PUNTO DI RIFERIMENTO. Per Alfano, oggi «non più “primus inter pares” bensì da uomo forte del Pdl», deve essere infatti il Cavaliere «a passar la mano tenendo la mano», scrive Francesco Verderami in un retroscena sempre sul Corriere della Sera. Del resto lo stesso Berlusconi «aveva confidato un paio di anni fa che non avrebbe lasciato la scena senza lasciare la propria impronta, “non me ne andrò finché non avrò portato a compimento il mio progetto: dar vita al più grande ricambio generazionale della storia”». Questa potrebbe trasformasi dunque nell’occasione che l’ex premier attendeva per affidare «alla generazione dei quarantenni che portò con sé a palazzo Chigi il compito di proseguire la sua azione, restando il dominus, il punto di riferimento», continua Verderami.

«NON CI DIVIDEREMO». Senza l’unità del partito e senza Berlusconi, spiega il retroscenista del Corriere, sarebbe impossibile per Alfano «tenersi in equilibrio, tra chi continua ad additarlo come un “traditore” e chi gli prospetta la rottura», ipotesi – la rottura– che farebbe il gioco di chi tra gli “alleati” del Pd, mira a isolare le colombe dal centrodestra per trasformarle in una «ennesima formazione dello zero virgola da usare e poi da rottamare». Sono due, perciò, secondo Verderami, i «punti cardinali» scelti dal segretario del Pdl per evitare questi rischi. «Il primo è che “noi non commetteremo l’errore dei partiti della Prima Repubblica. Noi non ci divideremo”. Il secondo è che “o il governo Letta è appoggiato da tutto il Pdl, o perde la sua natura ispiratrice e si trasforma in un governo di sinistra”. Ecco perché ieri la presenza del ministro dell’Interno a fianco di Berlusconi nel momento in cui il Senato muoveva il primo passo verso la decadenza del Cavaliere aveva un forte valore simbolico, più forte del comunicato di solidarietà contro l’atto della Giunta».