Tutti sparano a Farina-Dreyfus tanto ormai è un cane mortissimo

Gentile F., non so se sono fazioso come scrivi, ma credo sia un diritto di chiunque, anche del qui presente, esistere nell’universo dei pensieri per il solo fatto di essere un uomo

Gentile F., non oso dirti “caro” perché temo di usare parole che possano recare offesa, precipitato come sono nella Geenna della reputazione universale. Vorrei sottoporti una questione laterale rispetto all’articolo (mio!) le cui conseguenze stanno ancora ricadendo su Alessandro Sallusti.

In quel febbraio del 2007, ero da circa 130 giorni sospeso (non radiato) dall’Ordine dei giornalisti. Avevo dato una mano al direttore dei servizi segreti italiani e il 28 settembre 2006 i giornalisti della Lombardia emisero sentenza di primo grado. Persi il posto di vicedirettore, rimasi senza stipendio. Da sospeso, il 15 ottobre avevo inviato una lettera-articolo a Libero: pubblicata. Subito l’Ordine aprì un procedimento contro di me e contro Sallusti. Smisi di proporre un solo rigo per non danneggiare alcuno, pur ritenendo che non può un regolamento professionale impedire l’esercizio di un diritto costituzionale. Non so se sono fazioso, come hai scritto tu, ma credo sia un diritto di chiunque, persino del qui presente, esistere nell’universo dei pensieri e delle parole per il solo fatto di essere un uomo. Poi condannatemi pure, signori giudici, ma fatemi nascere, se no come fareste a punirmi?

Ma che ci vuoi fare: il diritto coincide non con la giustizia ma coi rapporti di forza. A questo punto Feltri e Sallusti mi proposero: scegliti un nom de plume, nessuno lo può vietare. Optai per Dreyfus. Ne ho scritto il perché in un libro del 2008 che peraltro consegnai alla procura di Brescia nel 2009 (Alias Agente Betulla, Piemme): «L’onta peggiore che D. subì la scrisse sul suo quaderno, citando una frase di Iago, tratta dall’Otello di Shakespeare: “Chi mi ruba la borsa, ruba un gingillo che vale qualcosa ma non è nulla, che era il mio e adesso è il suo ed è stato di mille altri; ma colui che mi froda del mio buon nome mi priva di ciò che non arricchisce lui e impoverisce me”». Mi riconobbi in Iago-Dreyfus. Appena si affacciò questo pseudonimo, dicembre 2006, l’Ordine fece un’inchiesta per appurare se dietro ci fossi io. Ci sono documenti che attestano l’opera inquisitoria. Sallusti disse: «È un nome collettivo che fa riferimento alla direzione». Ma non è una violenza un’indagine di questo tipo? Il 2 marzo 2007 mi sono dimesso dall’Ordine per recuperare il diritto di scrivere con il mio nome, da cittadino. Così, per la generosità di Feltri e Sallusti, mi sono avvalso, anzi credevo di avvalermi, di un sacrosanto diritto. Incurante però della palese illegittimità di una decisione in contumacia, e non essendo io più giornalista, l’Ordine procedette il 28 marzo a radiarmi. Nel gennaio 2009 l’Associazione Pannunzio denunciò Feltri e Sallusti per aver consentito a un radiato di scrivere, senza considerare che i gradi di giudizio non erano esauriti. Al diavolo la presunzione di innocenza: l’Ordine sospende per alcuni mesi prima Feltri poi Sallusti. Dopo di che il 29 giugno 2011 la Cassazione dichiara la nullità della mia radiazione! Chi mi risarcisce del mio diritto violato, di questa violenza che è rimbalzata anche su chi ha provato a salvaguardare un principio di civiltà? Meno male che c’è Tempi.

Ora accade questa vicenda ed io sono un cane mortissimo, almeno ai cani vivi nessuno pensa di vietare di esprimersi abbaiando, ringhiando, uggiolando.

Ti scrivo per antica e anche controversa stima e persino per affetto! Tuo Renato Farina