Tutti al cinema a vedere “American Sniper”, il filmone sparatutto di Clint Eastwood che ha deluso il Corriere

La storia assurdamente eroica eppure vera di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia militare Usa, rivela un pezzo di “Amerika” che il bel mondo delle idee sfumate non è disposto a digerire

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«Chris veniva da una famiglia di cacciatori, come tanti americani. È una cosa importante per questo paese, ha a che fare con il profondo, le armi da fuoco sono le ultime vestigia che ci ricordano che il compito dell’uomo è trovare cibo. E difendere il gregge»  (Clint Eastwood a Enrico Deaglio, il Venerdì di Repubblica)

american-sniper-eastwood-bradley-cooperChris Kyle, tiratore scelto dei micidiali U. S. Navy Seals, il cecchino più letale della storia militare americana, soprannominato “Leggenda” dai commilitoni e ribattezzato “il Diavolo di Ramadi” dai nemici, 160 uccisioni ufficiali all’attivo, forse un centinaio di vittime effettive in più, soldato pluridecorato, quattro turni in missione di guerra in Iraq tra Ramadi, Fallujah e Sadr City, in totale quasi mille giorni passati a sterminare terroristi attraverso il mirino del suo MK11, con il teschio di The Punisher (il Punitore) stampato sopra, una moglie e due figli a casa e sulla testa una taglia di 80 mila dollari disperatamente offerta dagli “insorti” nel vano tentativo di liberarsi di un incubo.

Inutile domandarsi come mai American Sniper, il film di Clint Eastwood ispirato alla storia (vera) di questo killer texano sparatutto, non riesca ad andare giù fino in fondo a tanti critici e giornalisti italiani. Lo stesso Venerdì di Repubblica, che pure ha il gran merito di aver pubblicato due settimane fa una lunga e bella intervista in cui il vecchio Clint giganteggia descrivendo tranquillamente Kyle come «il mio eroe», non ha resistito alla tentazione di “riequilibrarla” con un articolo sprezzante sulla vita dello spietato cecchino.

Mentre sul Corriere della Sera Paolo Mereghetti non ha fatto nulla per nascondere la sua delusione verso un film che «tradisce l’idea che gli eroi non esistono». «Stupisce», ha scritto Mereghetti, che Eastwood, «ormai arrivato alla maturità e alla saggezza degli anni, si sia lasciato tentare da una storia come quella di Chris Kyle. Stupisce perché quel chiaroscuro che aveva raccontato così bene in molti film, e non solo di ambiente militare, quell’intreccio di doveri e responsabilità, vitalismo e dubbi che facevano la forza (e il fascino) dei suoi personaggi, qui spariscono o vengono ingabbiati dentro troppo facili e schematiche opposizioni, per restituirci un ritratto a tutto tondo di uno di quegli “eroi che non esistono”, tanto per citare Flags of Our Fathers».

american-sniper-bradley-cooper-sienna-miller-2E invece noi questo filmone pieno di morti ammazzati e di fucilate che sfondano i timpani (avete in mente che razza di proiettiloni sparano le armi di precisione degli amerikani?) ci saremmo addirittura permessi di consigliarlo a tutti per il cinema di Natale, se solo fosse stato possibile. Peccato che non fosse ancora distribuito nelle sale italiane. Toccherà rimediare con il cinema di Capodanno, visto che qui American Sniper sbarca il 1° gennaio. Bisogna vederlo non solo perché è un avvincente e ben fatto film di guerra, ma soprattutto perché è un’autentica, solenne, spudoratissima americanata. Non nel senso della mega epopea a lieto fine, ma proprio nel senso che non piace al Mereghetti.

È vero che prima di American Sniper Eastwood ha girato capolavori come Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima, nei quali ha saputo «rispettare il nemico e vedere in chi combatte dalla parte opposta un essere umano con lo stesso coraggio, le stesse paure e gli stessi ideali di chi gli sta di fronte», ricorda il critico del Corriere. Ma quella era una storia, questa è un’altra. Non è colpa di Kyle se si è trovato a dover proteggere i compagni in armi da donne e bambini imbottiti di esplosivo («il male come non lo avevo mai visto», dice lui), o dal “Macellaio”, il luogotenente di Al Zarqawi che trucida i nemici col trapano, o da Mustafa, il cecchino campione olimpionico arrivato in Iraq dalla Siria apposta per «sparare in testa alla gente da 500 metri». Spiace per il bel mondo delle idee sfumate, ma Eastwood non è uno che si vergogna di raccontare pezzi di realtà che esistono, quando esistono.

american-sniper-cooperCommentano con compiaciuta malizia anche la sua scelta di escludere dal film gli istanti della morte di Kyle, ucciso in patria da un altro reduce ancora in preda al trauma della guerra che lui stava cercando di aiutare. Ironia della sorte, contrappasso, vendetta della storia, scrivono beffardi. Ma per Eastwood le cose stanno diversamente. «Guardi – ha spiegato lui stesso a Deaglio – io sono andato a trovare il padre di Chris, ed era il primo anniversario della morte. Abbiamo parlato a lungo e abbiamo rivisto tutte le scene del funerale. Fu una cosa enorme, il Texas Stadium pieno, mutilati di guerra in carrozzella, tutte persone che stettero ore sotto la pioggia a veder passare il corteo funebre, come se Chris fosse un uomo di Stato. E allora ho pensato: finiamo così, con queste immagini nella pioggia. Finiamo con il destino, che è poi quello che domina le nostre vite. Il destino è tragico e sarcastico, Chris (…) era stato nell’inferno dell’Iraq, ma era tornato, lo abbiamo visto giocare con i suoi bambini. Eppure la sua vita viene presa qui, non laggiù. Mentre ancora una volta cercava di fare del bene». Proprio così: “Fare del bene”. E pace alla dubbiosa anima nostra.

E non è vero che in questo film il «chiaroscuro» della vita umana è appiattito da «troppo facili e schematiche opposizioni». Appiattito se mai è il mondo che trova impresentabile la storia (assurdamente eroica e lontana mille miglia dal nostro europeissimo imbarazzo esistenziale, eppure vera) di un soldato texano cresciuto «secondo i semplici e lapidari princìpi paterni». Nel mondo ci sono i lupi e le pecore – dice il padre a Kyle in un flashback del film che ha fatto molto ridacchiare i giornalisti all’anteprima milanese – poi ci sono i cani pastore che devono difendere le pecore dai lupi; nella mia casa non si tirano su pecore, e se diventi un lupo ti ammazzo con le mie mani.

american-sniper-bradley-cooper-chris-kyleÈ tutt’altro che piatto il modo in cui Eastwood ha ricostruito il rapporto tra Chris il cecchino che non riesce a smettere di fare la guerra e la moglie Taya (Sienna Miller), che sarà fondamentale per costringere un uomo stravolto dopo anni di Iraq a riconoscere quale sia la sua vera casa. Poi c’è la scena magistrale del colloquio di Kyle con lo psichiatra. «Nei suoi mille giorni al fronte ha fatto cose che le causano rimorsi?», gli domanda il medico. «Sono pronto a incontrare il Creatore e a rispondere di ogni singolo colpo sparato», replica lui. Ma tra le parole dell’eroe non sfugge quel «piccolo movimento degli occhi», quel minuscolo attimo di esitazione con cui l’efficace Bradley Cooper, pompatosi all’inverosimile per entrare meglio nella parte del protagonista del film, riesce a restituire la profonda pena di Kyle. «Il suo tormento», come lo ha definito Eastwood al Venerdì di Repubblica. Siamo molto oltre il dilemma intellettuale della guerra giusta o crociata sbagliata. Siamo alla questione delle questioni. Si può andare a soldato e fare fino in fondo il proprio dovere, uccidere centosessanta uomini, donne e bambini ed essere ugualmente certi di potere un giorno guardare Dio negli occhi?

Il vecchio Clint ai tempi dei western non se la sarebbe mai fatta, una domanda così. Adesso, a ottantacinque anni quasi compiuti, se la fa eccome. E se l’è fatta sicuramente anche l’infallibile Kyle. Ma è una domanda, appunto, non un dubbio. Tra le due cose c’è di mezzo l’Atlantico.

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