È importante che Cristiano De Andrè canti “Sidùn” 

Di Cristiano Carenzi
20 Giugno 2026
La pace con l’eredità paterna e i racconti di guerra: vale la pena andare a sentire il figlio di Fabrizio
Cristiano De Andrè in occasione della Giornata per Fabrizio De Andre' a 20 anni dalla morte del cantautore genovese.Genova, 11 gennaio 2019
Cristiano De Andrè in occasione della Giornata per Fabrizio De Andre' a 20 anni dalla morte del cantautore genovese. Genova, 11 gennaio 2019 (Foto Ansa)

Cristiano De Andrè continua ad aggiungere date al De Andrè canta De Andrè Best Of Tour 2026, dunque son tornato a sentirlo. Il figlio di Fabrizio nel corso degli anni ha ripercorso le canzoni del padre in quattro dischi (il primo del 2009, l’ultimo del 2023) che segnano la sua pace definitiva con una difficile eredità. Dopo la data di apertura all’Arcimboldi di Milano a cui andai l’anno scorso, questa volta ero alla più sobria E-work Arena di Busto Arsizio: ne è valsa la pena.

La sala era piena e il suono (complice anche il posto nelle prime file) era di una qualità che si sente poche volte: tutti gli strumenti perfettamente distinguibili e coesi con la voce di Cristiano.

La bellezza degli arrangiamenti

La scaletta è quella della scorsa volta, come il passaggio parlato sul rapporto con il padre Fabrizio che lo sognava veterinario, ma poi ha accettato il suo desiderio di suonare e lo ha portato con sé in tour per gli arrangiamenti. Ed è proprio qui la prima cosa da dire: gli arrangiamenti di questo tour suonano, e sono suonati, benissimo. Personalmente alcune cose le preferisco a quelle del padre, per un motivo semplice: l’orecchio di Cristiano è più vicino al mio, gli arrangiamenti sono in qualche modo più contemporanei, e per me che ho avuto l’impossibilità anagrafica di vivere Fabrizio De Andrè è stata proprio la bellezza degli arrangiamenti di Cristiano a farmi avvicinare alla musica del padre.

Qualche esempio: la chitarra di Ho visto Nina Volare più cupa e meno protagonista dell’originale, oppure l’arpeggio continuo e le tastiere in apertura a Bocca di Rosa che la rendono quasi irriconoscibile sulle prime battute.

Tutto il live scorre bene. Parte con atmosfere cupe e arrangiamenti più lenti e tribali dove trovano spazio brani come Mégu mégun per poi lasciare spazio mano spazio a passaggi acustici più aperti e infine concludersi con Il pescatore e La canzone dell’amore perduto cantate con tono più scanzonato e con tutto il pubblico raccolto in piedi sotto al palco. I brani sono poco più di venti e la struttura è quasi del tutto identica alla data dell’anno precedente. In quel quasi, però, c’è il passaggio più bello di tutto il concerto.

A scurrï a gente

Un solo brano (e la sua introduzione) che per me sono valsi la serata. Nella seconda leg del tour Cristiano ha deciso di cantare Sidùn, canzone contenuta nell’album Crêuza de mä che si apre con le voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon, con in sottofondo i carri armati, e che racconta una storia ambientata a Sidone: città del Libano coinvolta nella guerra civile che andò dal 1975 al 1990 e fu teatro di ripetuti massacri in cui si coinvolsero anche Siria e Israele e in cui a pagare fu soprattutto la popolazione civile.

La canzone racconta uno scenario disumano: un padre tiene tra le braccia il proprio figlio, macinato dai cingoli di un carro armato. Il testo, in genovese, non si tira indietro dal descrivere la disperazione nella sua violenza:

spremmûu ‘nta maccaia / de staë de staë / e oua grûmmu de sangue ouëge / e denti de laete / e i euggi di surdatti chen arraggë / cu’a scciûmma a a bucca cacciuéi de baë / a scurrï a gente cumme selvaggin-ay

in italiano: spremuto nell’afa umida / dell’estate dell’estate / e ora grumo di sangue orecchie / e denti da latte / e gli occhi dei soldati cani arrabbiati / con la schiuma alla bocca / cacciatori di agnelli / a inseguire la gente come selvaggina.

Il dolore ingiusto

Il valore della canzone non sta solo nella scelta di eseguirla, ma nella semplicità vera delle parole con cui Cristiano l’ha introdotta. Innanzitutto, sottolinea che sono le stesse immagini che stiamo vedendo oggi, in questi tempi di guerra riscoperta. E poi che quella guerra scaturisce dall’uomo: anche dal piccolo odio quotidiano nelle nostre vite che, portato a livelli più alti e potenti, fa scaturire gli scontri tra gli stati. Conclude sottolineando che questi scontri, questa violenza, sono accompagnati da un’indifferenza inedita in cui il mondo sembra aver smesso persino di indignarsi.

Mi affascina Sidùn non per una morbosa fascinazione splatter, ma perché è vero che nella guerra c’è un dolore e una violenza profondamente ingiusti: la guerra è quella violenza disumana descritta nel testo. Il richiamo a questa ingiustizia che accompagna le guerre è necessario, e un brano musicale può farlo con forza. Tenendo nello sguardo e nella preghiera l’ingiustizia che Sidùn racconta, gli uomini (che pure sono la prima causa dei conflitti) possono diventare quelli che li fermano.

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