Il caso Tunisia. Nel paese “vivaio” dei jihadisti dell’Is il partito islamista prende meno voti che in Francia e Germania

La nazione simbolo della “primavera araba” è quella da cui sono partiti più terroristi per la Siria. Ma Ennahda (Fratelli Musulmani) esce a pezzi dalle elezioni

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Gli islamisti hanno perso. È questo il risultato (non ancora definitivo ma quasi) delle elezioni parlamentari che si sono tenute domenica in Tunisia, dove il partito laico Nidaa Tounes (“La chiamata della Tunisia”) ha ottenuto circa il 35 per cento dei voti. Il partito islamista Ennahda, invece, si è fermato al 25 per cento. Una vera débacle, se si pensa che dopo la cosiddetta Primavera araba, nel 2011 gli islamisti erano stati eletti al governo con il 42 per cento delle preferenze.

VOTO ALL’ESTERO. Ennahda ha perso voti dappertutto: sia perché non è riuscito a risolvere il problema della disoccupazione, sia perché ha facilitato la diffusione nella società dell’estremismo islamico. Ed è forse per questo che il partito è andato meglio all’estero che in patria, secondo i dati raccolti dall’istituto ufficiale Isie. In Francia, infatti, in una delle due circoscrizioni ha raggiunto il 29,56 per cento. In Germania, invece, è arrivato al 36 per cento.

«NON È IL NOSTRO ISLAM». I tunisini hanno tutte le ragioni di temere l’estremismo, visto che il loro paese è quello da cui partono più terroristi diretti in Siria per entrare soprattutto nei ranghi dello Stato islamico. Sono più di tremila, infatti, i tunisini partiti per combattere il jihad. E sono soprattutto uomini giovani sotto i 30 anni. «Ne parlo tutte le volte durante la preghiera del venerdì», dichiara l’imam di Tunisi Arbi Zitoun al Washington Post. «Dico alla gente che andare in Siria equivale a suicidarsi. E che questo non è l’islam della Tunisia».

«MANCA LIBERTÀ RELIGIOSA». L’imam dà la colpa di questa ondata di estremismo a religiosi provenienti soprattutto da Arabia Saudita, Qatar e paesi del Golfo persico che indottrinano i giovani in Tunisia e su internet. Altri la pensano diversamente e danno la colpa alle nuove misure prese dal governo per fermare il terrorismo. Il figlio di Mahfoudh Balti è partito per combattere in Siria due anni fa: «I giovani sono assetati di religione e cercano una vita con un’identità e un senso e quando qualcuno dà loro quello che cercano, rimangono impressionati e lo seguono», racconta. «La mancanza di libertà religiosa in Tunisia ha influenzato mio figlio perché oggi se vai a pregare in moschea ti accusano di terrorismo. Impedendo a questi giovani di pregare li spingono verso un’altra strada».

MOSCHEE E SALAFITI. In Tunisia il 98 per cento circa della popolazione è di fede musulmana ma in molte moschee viene fatto il tifo contro lo Stato, nella speranza che diventi un Califfato. Ad esempio, quando a luglio miliziani di Al Qaeda hanno ucciso 14 soldati, in molte moschee si è celebrata la notizia con festeggiamenti. Per questo il governo, che da gennaio non è più guidato dagli islamisti di Ennahda, costretti alle dimissioni, ha deciso di chiudere alcune moschee non registrate e in mano ai salafiti.
Secondo i dati del ministero per gli Affari religiosi, 149 moschee su 5.100 sfuggono al controllo dello Stato e circa altre 50 sono nelle mani di estremisti. Il numero reale delle moschee controllate dai salafiti, però, potrebbe essere superiore a mille. Ecco perché il governo ha cominciato a controllare tutte le moschee per impedire che vi insegnino imam radicali.

PRIMAVERA ARABA. Resta il problema di tremila tunisini partiti per combattere con i terroristi islamici e di altri novemila bloccati all’aeroporto o alla frontiera con altri paesi. Secondo il governo, già 500 sono tornati e un terzo è stato messo in prigione. Gli altri vengono monitorati da vicino ma l’esperienza di Ottawa insegna come questo sia difficile. È ancora presto, insomma, per parlare di successo della Primavera araba tunisina.

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