La accusano di aver insultato la Turchia. È una formula liturgica del fanatismo. Qui significa mancare di rispetto; lì significa dire la verità. È sotto processo per aver pronunciato la parola proibita: genocidio
Tuğçe Yılmaz, giornalista turca sotto processo con l’accusa di “insulto alla nazione” per avere parlato del genocidio degli armeni
Seduto sul bordo del lago Sevan, con le gambe che penzolano sull’acqua immobile come una lastra di ferro, leggo il racconto di Vik van Brantegem su korazym.org, e mi sembra di ascoltare una sorella che grida dall’altra riva del mondo. Conosco il suo nome: Tuğçe Yılmaz, giornalista turca, giovane, ostinata, non violenta, e per questo pericolosa. Ha fatto una cosa semplice: ha dato voce ai giovani armeni che vivono in Turchia, alle loro notti, alle loro paure, ai lutti che non finiscono mai, ai 110 anni di dolore continuo che non hanno trovato un tribunale né una croce su cui deporre le colpe. Ha ascoltato. Ha scritto. E per questo la processano. La accusano di aver insultato la nazione turca, la Repubblica, gli organi dello Stato.
È una formula liturgica del fanatismo: “aver insultato”. Da noi, nel Caucaso, insultare significa mancare di rispetto; lì significa dire la verità. Quella ragazza è stata trascinata in tribunale come una ladra per aver pronunciato la parola proibita, la parol...
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