E se Trump e Obama si somigliassero più di quanto sembri?

Articolo tratto dal numero di Tempi inĀ edicolaĀ (vai alla pagina degli abbonamenti)
David Axelrod, uno dei principali ānarratoriā della figura politica di Obama e delle sue gesta, ha una teoria obamacentrica per spiegare lāascesa di Donald Trump. Lāidea di fondo ĆØ che alle elezioni presidenziali open-seat, quelle in cui il presidente in carica non si ricandida perchĆ© ĆØ alla fine del secondo mandato, gli elettori americani tendono a cercare conforto nelle figure che hanno tratti opposti rispetto a quella che ha guidato il paese per gli otto anni precedenti. Gli isolazionisti vanno forte dopo un periodo dāinternazionalismo, la protezione del big government fa gola dopo una presidenza che ha snellito la silhouette dello Stato, il pacifista ha una chance se viene dopo un cowboy e le personalitĆ infiammabili hanno più capacitĆ di penetrazione dopo presidenti flemmatici e cerebrali. Lāinsoddisfazione, il tedio per la situazione esistente induce il desiderio, magari frivolo e capriccioso, di un cambiamento radicale.
Axelrod ha messo a punto questa teoria pro domo Obama calibrandola non soltanto sulla policy (sarebbe una teoria dellāalternanza come ce ne sono tante nei contesti bipolaristi) ma anche sulle qualitĆ personali, sulla statura presidenziale, sulla stoffa umana, per sostenere che se una significativa fetta dellāAmerica oggi ĆØ affascinata da un tamarro con argomentazioni fascistoidi e un retroterra culturale da tv spazzatura ĆØ perchĆ© negli ultimi otto anni ĆØ stata governata da un concentrato di ragionevolezza, acume, equilibrio, buon senso, buon gusto e buone letture.
Il ruolo degli yankees nel mondo
A dirla tutta, Axelrod aveva giĆ messo a fuoco questi pensieri nel 2006, quando, applicando lo stesso ragionamento allāimpopolare George W. Bush, aveva indicato a un allora semisconosciuto senatore dellāIllinois che cāera spazio per una corsa presidenziale. Per non confondere i lettori più distratti, Axelrod lāha chiamata la āteoria Obamaā. Tralasciando il fatto che, se la teoria fosse vera, lāAmerica dovrebbe augurarsi di non avere mai un grande presidente, il quale finirebbe per essere soltanto una felice parentesi fra due trogloditi pericolosi, e a quel punto un continuum di mediocritĆ sarebbe largamente preferibile; e tralasciando ciò che questa teoria potrebbe significare se applicata a Hillary Clinton, senza poi nemmeno menzionare il giudizio che questo schema interpretativo getta sulle capacitĆ di discernimento degli elettori, va notato che la chiave di lettura di Axelrod lega in una qualche forma di rapporto il fenomeno Obama e il fenomeno Trump. Ma dove lāex consigliere obamiano diventato una scaltrissima ātalking headā del circo elettorale vede soltanto contrasti e meccanismi di compensazione, si possono invece notare rapporti di continuitĆ . Se si rovescia il binocolo interpretativo di Axelrod e si guarda attraverso quelle lenti lāascesa di Trump, si può vedere che le condizioni per lāaffermazione del trumpismo sono state poste negli ultimi otto anni, non ĆØ soltanto il riflesso di un elettorato annoiato e ciclotimico che cerca il diverso, lāopposto.
La visione dei rapporti internazionali e il ruolo dellāAmerica nel mondo che i due propongono forniscono indizi rilevanti. La ādottrina Obamaā, ircocervo che tutti i cacciatori di idee del pianeta hanno invano inseguito, postula una riduzione dellāimpronta degli Stati Uniti negli affari globali, un disimpegno che si ĆØ condensato in varie formule, dal āleading from behindā al ādonāt do stupid stuffā, declinandosi in diverse modalitĆ operative: la guerra asettica dei droni, lāantiterrorismo fatto di incursioni mirate e tecniche di polizia, la responsabilizzazione degli alleati, lāinazione elevata a regola.
Mai più giri di giostra gratis
Anche quando lāAmerica di Obama ha preso lāiniziativa militare, come in Libia, sāĆØ curata di confezionarla e presentarla come il mero supporto a unāeuroguerra mossa per ragioni umanitarie. Lāorientamento, la natura che queste scelte esprimono non ĆØ poi dissimile da quella confusamente (e rumorosamente) affermata da Trump.
La responsabilizzazione degli alleati ĆØ stato un altro caposaldo della gestione della politica estera obamiana, dapprima etichettata come āmultilateralistaā, aggettivo piegato a guisa di complimento dopo tanto unilateralismo bushiano, e poi come āfacciamo un passo indietro, forse anche due o treā. Oggi molti, inorriditi, si scagliano contro il gran tradimento dellāidentitĆ atlantista di Trump, che beffeggia gli scrocconi della Nato dicendo che lāalleanza Ā«costa una fortunaĀ» e alla fine il conto lo paga sempre Washington, senza ricavarne molta protezione in cambio. Quale assurda ingenuitĆ , che volgare semplificazione della materia, che scarsa conoscenza delle cose del mondo, dice il coro degli esperti di politica estera. A ben vedere, però, Obama ĆØ il presidente che ha, se non inaugurato, decisamente incrementato la pressione sul sistema tradizionale di alleanze, a partire proprio dalla Nato.
Nel 2011 lāallora segretario della Difesa, Bob Gates, a Bruxelles ha sbattuto in faccia agli alleati tutte le loro manchevolezze in questāalleanza asimmetrica e insostenibile. Lo ha fatto in spirito di amicizia, senza voler propiziare incidenti o strappi, ma nemmeno presentando sconti e annacquamenti. Lāamministrazione ha poi continuato a ripetere avvertimenti e a mandare messaggi di simile tenore. Con la crisi siriana e lāaccordo nucleare iraniano, momenti di una più ampia ridefinzione della geopolitica mediorientale sullāasse sciiti-sunniti, Obama ha anche esteso il trattamento spiccio, pragmatico allāArabia Saudita, sempre meno cruciale per gli approvvigionamenti petroliferi e dunque invitata con crescente calore a prendersi cura di se stessa e a essere partner effettivo degli americani nellāarea.
Obama di recente ha detto che ĆØ Ā«infastidito dai free riderĀ», quelli che vogliono continuare a farsi giri gratis sulla gran giostra della sicurezza americana. La corsa ĆØ finita. Da notare che Gates, che ha promosso la dottrina della franchezza nei rapporti con la Nato, non ĆØ un figlio ideologico di Obama ma di Bush il Vecchio, per tramite del suo consigliere per la sicurezza nazionale, il maestro di pragmatismi Brent Scowcroft. Notoriamente ammirato da Obama, il generale Scowcroft conta fra i suoi molti protetti anche Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations, che Trump ha citato come sua fonte dāispirazione e punto di riferimento in tema di politica estera e sicurezza. Quando lāha detto, il coro degli esperti di politica estera ha sottolineato il destino gramo del povero Haass, maledetto dal più tossico degli endorsement, ma a ben vedere in questa linea di continuitĆ il bacio non ĆØ tanto mortale.
Lo stato e i suoi muri
Il columnist Eli Lake ha fatto una ricognizione fredda delle teorie dei rapporti internazionali che Obama e Trump più o meno consapevolmente riflettono ed esprimono, e ne ha cavato fuori una singola dottrina, la āObama-Trump doctrineā. Il politologo della Oregon State University Chris Nichols ha definito Obama un presidente ādi transizioneā fra una visione internazionalista e lāisolazionismo tradizionale da cui Trump pesca a piene mani, quasi mettendo Obama nel ruolo di ancella o apripista del biondo palazzinaro prestato alla politica.
Questo senza contare altri ordini di somiglianze. Trump ĆØ ben lontano dallāessere un fanatico dello small government, ĆØ un sostenitore del potere dello Stato (posizione non estranea alla tradizione conservatrice, ma ĆØ passato cosƬ tanto tempo che ormai sembra unāesclusiva della sinistra) e a lungo ha fatto il tifo per lāintroduzione di un sistema sanitario virtualmente identico a quellāObamacare che ora promette di revocare se arriverĆ alla Casa Bianca. E sullāimmigrazione, catalizzatore degli istinti protezionisti e delle forme di nazionalismo che scorrono nelle vene del trumpismo? Basterebbe ricordare che in due mandati Obama ha respinto o rimpatriato più clandestini di quanti ne abbiano rimandati a casa tutti i presidenti americani del Novecento, oltre due milioni e mezzo. Certo, la retorica dei muri, del waterboarding e dei āmessicani stupratoriā non appartiene nemmeno in sogno a Obama e al suo vocabolario di civiltĆ affinato alla Columbia e poi alla scuola di legge di Harvard, ma poi quando si tratta di fare il presidente non fa tanti giri di parole (se non per distrarre e depistare, sāintende).
Siamo proprio sicuri che, come dice Axelrod, sia per un desiderio di discontinuitĆ che una parte del popolo americano sia affascinato da questo personaggio da vaudeville? Forse lāAmerica non guarda con complice simpatia allāuomo bianco arrabbiato soltanto perchĆ© fa contrasto cromatico-emotivo con il nero cool e professorale. Il contrasto cāĆØ, comāĆØ evidente a chiunque non sia sbarcato dieci minuti fa da Plutone (chi ĆØ sbarcato da almeno mezzāora ha giĆ afferrato tutto), ma ĆØ innanzitutto una differenza di modi e simboli, di portamento e presentabilitĆ , di tono e logica, mentre laggiù, nella profonditĆ delle scelte politiche e delle visioni, ci sono più punti in comune di quanti se ne possano vedere a occhio nudo, come spesso accade fra leader diversissimi fra loro ma guidati dalla comune stella polare del pragmatismo. Trump ĆØ un anti Obama e allo stesso tempo ĆØ un suo gemello rozzo e sboccato, senza freni inibitori nĆ© Super Io, uno che articola con foga istintiva, cosa che immediatamente lo squalifica agli occhi dellāĆ©lite, punti politici che magari Obama ha svolto con il puntiglio di unāorda di avvocati e ha servito con lo spin giusto a miriadi di giornalisti bendisposti.
Uno āstraw manā fatto e finito?
Bobby Jindal, governatore repubblicano della Louisiana ed esponente del fronte āNever Trumpā ha sviluppato la tesi della paradossale continuitĆ fra Trump e Obama, o, meglio, della trumpismo come frutto inevitabile della semina di Obama: Ā«Il presidente ama costruire āstraw menā per poter contrastare la sua personalitĆ eroica contro di loro. Ma Donald Trump non ha bisogno di essere costruito. Ć capace di essere assurdo da solo, senza aiuti esterni. Senza il presidente Obama non cāĆØ Donald Trump. Trump spesso diagnostica correttamente i mali che Obama ha causato, ma le sue terapie sono spesso sbagliate quanto quelle del presidente. LāAmerica merita di meglioĀ». Se non fosse assurdo, verrebbe quasi da pensare che Trump sia lāultima, la più sofistica, la più sottile e geniale trovata di Obama.
Foto Ansa

0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!