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Tre grafici per spiegare perché l’Europa non è più un continente cattolico

marzo 25, 2018 Stephen Bullivant

Secondo il rapporto del Centro Benedetto XVI i giovani adulti che si identificano come cattolici sono il 23 per cento in Francia, il 20 in Germania e il 7 in Olanda

Per gentile concessione del Catholic Herald, proponiamo di seguito in una nostra traduzione ampi stralci di un articolo di Stephen Bullivant, direttore del Centro Benedetto XVI presso l’università St Mary di Twickenham, apparso il 22 marzo nel sito del magazine cattolico londinese. Il Centro ha appena pubblicato un’indagine sulla scomparsa dei giovani cattolici in Europa. Il testo originale in inglese è pubblicato in questa pagina.

Nella sua esortazione del 2003 “Ecclesia in Europa”, papa Giovanni Paolo II affrontò in profondità il tema della “scristianizzazione di vaste aree del continente europeo”. Citando la domanda di Gesù («Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»), il santo polacco chiedeva: «Troverà la fede nei nostri paesi, in questa Europa di antica tradizione cristiana? Questa è una domanda aperta che chiaramente rivela la profondità e il dramma di una delle più importanti sfide che le nostre chiese sono chiamate ad affrontare».

Quindici anni dopo, questa “domanda aperta” rimane. In alcuni paesi europei, inoltre, è un quesito al quale non si può rispondere con rassicurazioni superficiali. Questa settimana il Centro Benedetto XVI, insieme all’Istituto cattolico di Parigi, ha lanciato un’altra delle sue ricerche: “I giovani adulti e la religione in Europa”. La nostra principale speranza è di aiutare a informare il Sinodo dei vescovi che si terrà in ottobre e che si concentrerà sul tema: “Giovani adulti, fede e discernimento vocazionale”.

Percentuale di giovani adulti (16-29 anni) che si identificano come cattolici.

Il rapporto analizza i dati recenti (2014/2016) dell’importante European Social Survey per indagare l’affiliazione e la pratica religiosa nei 22 paesi europei dei “giovani adulti” tra i 16 e i 29 anni, gli stessi ai quali è rivolto il Sinodo. (…) Quanto è diffuso il cattolicesimo tra i giovani adulti europei? I risultati non offrono un quadro univoco.

È chiaro da questo primo grafico (in alto) che la proporzione di giovani adulti che si identificano come cattolici varia molto a seconda dei paesi presi in esame: si va dai quattro polacchi su cinque che si identificano come cattolici agli zero della Russia (sì, saccentelli di Twitter: conta anche Kaliningrad). Simili estremi esistono anche nell’Europa post-comunista: Lituania e Slovenia sono in cima alla classifica, mentre Estonia e Repubblica Ceca si trovano in fondo.

Se nessuno di questi casi può dirsi sorprendente, la posizione occupata da alcuni paesi europei dovrebbe esserlo. Che solamente il sette per cento dei giovani adulti olandesi si identifichi come cattolico, in un paese che un tempo aveva una forte e influente comunità cattolica, è sicuramente sconvolgente. Allo stesso modo, è relativamente piccola la percentuale di cattolici in Belgio, Francia e Germania. Si nota invece che Portogallo e Irlanda sono le uniche nazioni europee ad entrare tra le prime cinque (non ogni paese europeo è incluso in questo campione. Malta e – si spera – il Vaticano dovrebbero essere in alto).

Percentuale di giovani adulti cattolici che va a Messa almeno una volta a settimana (verde) o mai (arancione).

L’identità religiosa è una cosa. Che abbia degli effetti osservabili sulla vita di una persona, invece, è un’altra. Dunque, il secondo grafico (qui sopra) mostra la proporzione di giovani adulti cattolici che si recano in chiesa una volta a settimana (o più) o mai, fatta eccezione per occasioni speciali come matrimoni e funerali. Solo 15 paesi sono inclusi in questo campione. Anche in questo caso ci sono importanti differenze. L’Europa non è un continente così grande, ma parlare di “cattolicesimo europeo” come se fosse un tutto uniforme è evidentemente sbagliato.

In termini geografici, la distanza tra Bruxelles e Varsavia è di circa mille chilometri. In termini pastorali ed evangelici, invece, si avvicina di più al milione. La probabilità che un cattolico polacco sulla ventina vada a Messa una volta a settimana è 24 volte più grande di quella di un belga. Al contrario, è 10 volte più probabile che un cattolico belga non metta mai piede in una chiesa rispetto a un polacco. Polonia e Belgio sono casi estremi. Ad ogni modo, la maggioranza dei paesi del nostro campione si avvicina di più al Belgio che alla Polonia. E questo è vero anche per diversi paesi dove l’affiliazione cattolica è molto alta.

Se si considera l’identità, Lituania e Austria sono tra le roccaforti cattoliche dell’Europa. Ma se si considera la frequenza della partecipazione alla Messa, sono terre di missione al pari di larghe fasce del resto del continente (compreso il nostro nord-ovest, dove solo un giovane cattolico su 10 va a Messa una volta a settimana). Ci sono però dei segnali di genuina speranza. I giovani adulti cechi, ad esempio, sono i meno religiosi del mondo: il 91 per cento di loro dichiara di non avere alcuna religione e il 70 per cento afferma di non essere mai andato a una funzione religiosa (vedi grafico sotto). Nonostante questo, un quarto dei giovani cattolici del paese va a Messa almeno una volta a settimana.

Percentuale di giovani adulti che non si identifica con alcuna religione.

Quando nel 2009 Benedetto XVI è volato a Praga in visita apostolica, ha parlato in modo potente dell’importanza delle “minoranze creative” per animare culture grandemente secolarizzate. Non avrebbe potuto fare esempio migliore. Controcultura cattolica ceca? È una forma di bohème che tutti possiamo seguire. Un’altra notizia è che il cattolicesimo irlandese non è così morto come si dice spesso. È vero che se si paragonano questi dati a quelli di 30 o 40 anni fa c’è stato un declino religioso. Ma se li paragoniamo a quelli dei giovani adulti in qualunque altro paese europeo, l’Irlanda si difende ancora piuttosto bene, considerato tutto (e preghiamo tutti che riescano a sconfiggere al referendum la legalizzazione dell’aborto. È letteralmente una questione di vita o di morte).

Concludiamo citando l’esortazione apostilica post-sinodale di Giovanni Paolo II del 2003 sulla Chiesa in Europa: «La Chiesa non può sottrarsi alla responsabilità di fare una coraggiosa diagnosi che renda possibile identificare terapie appropriate». I metodi delle scienze sociali, grazie a Dio, non sono in alcun modo l’unico strumento per fare questa diagnosi. Ma senza dubbio hanno, o dovrebbero avere, un ruolo importante nell’indicarci la giusta direzione. Come disse Giovanni Paolo II: «Chiesa in Europa, la “nuova evangelizzazione” è il tuo compito!». Stando a questi dati, sarà un compito enorme. Da dove cominciare? Beh, imparare il ceco non sarebbe un cattivo inizio…

Foto Ansa

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