Tre anni fa veniva sgozzato in Turchia dal suo autista musulmano Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia

Il vescovo italiano in Turchia è stato ricordato così da padre Paolo Martinelli, suo amico per 40 anni: «Ha testimoniato la fede in modo grande con l’impegno della sua vita»

Esattamente tre anni fa, il 3 giugno 2010, veniva ucciso monsignor Luigi Padovese. Oggi è il terzo anniversario dalla morte del vicario apostolico dell’Anatolia, sgozzato da Murat Altun, allora 26enne autista islamico del vescovo.

ASSASSINO E PROCESSO. Murat Altun è stato condannato a gennaio a 15 anni di prigione. Poiché si trova già in galera da tre anni dovrà scontarne 12, ma in caso di buona condotta potrà uscire tra 6 anni e 5 mesi. Altun alla fine del processo aveva dichiarato di «essere pentito per avere ucciso mons. Luigi, l’ultima persona che nella vita mi poteva fare del male. Ma in quel momento non ero padrone di me stesso». Il giovane assassino ha cercato durante il processo di addurre motivazioni diverse e contrastanti per il suo gesto: prima l’infermità mentale, poi ha tirato in ballo un presunto rapporto omosessuale con il vescovo, infine un rituale islamico. Più volte il processo è stato rimandato perché l’assassino dichiarava in aula di non sentirsi bene. La famiglia ha sempre sostenuto in aula Murat, lodandolo per il gesto compiuto e gridando: «Dio è con te».

CONDIVIDERE LA VITA. Luigi Padovese è stato ricordato così dal suo amico padre Paolo Martinelli, preside dell’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum, intervistato da Radio Vaticana: Padovese ha dato una grande «testimonianza di fede, una fede che viene comunicata non per una forza dialettica ma proprio con l’impegno della propria vita, stando in quei luoghi, condividendo la vita quotidiana delle persone. Lui certamente è stato innanzitutto un grande patrologo, uno studioso della spiritualità patristica. Ancora nei tempi in cui lui era studente si recava in Turchia proprio per studiare questa terra come terra santa della Chiesa, laddove per la prima volta – come ricordano gli Atti degli Apostoli – i cristiani vengono chiamati “cristiani” ad Antiochia. Credo che lui abbia potuto lavorare negli anni della sua presenza in Anatolia proprio riconoscendo in essa la terra che custodisce la memoria delle prime comunità cristiane fuori dalla Palestina. Ha saputo valorizzare questo come un patrimonio innanzitutto per la vita della fede, per la Chiesa, ma poi come valore culturale in sé: cioè, riscoprire questa profondità della terra di Anatolia, della terra di Turchia, come terra che conserva la memoria cristiana».