Torna il sereno. Dall’ambiente, lo sviluppo. Intervista al ministro Clini

Le alluvioni, il caso Ilva, i rapporti con l’Europa. «Così ho riportato le politiche verdi al centro dell’economia». Parla il ministro Corrado Clini

Domani con il settimanale Tempi, uscirà in edicola lo speciale “Più Mese” dedicato all’energia e all’ambiente. Anticipiamo l’intervista al ministro Corrado Clini.

Due alluvioni, l’emergenza di un colosso dell’acciaio, l’Ilva, che ha inquinato al punto di porre la popolazione tarantina sotto il crescente rischio di tumori e mortalità. E poi gli accordi internazionali che prevedono il ruolo crescente delle alternative, il traguardo di trasformare la green energy in volano dello sviluppo e dell’occupazione. Da quando un anno fa si è insediato come ministro dell’Ambiente, Corrado Clini affronta tutte queste sfide, mantenendo un certo ottimismo realista, «sicuro di poter riportare le politiche ambientali al centro dello sviluppo del paese» come racconta in quest’intervista.

È stato appena licenziato quello che è stato denominato “decreto Salva Ilva”. Cosa prevede e come cambierà la situazione attuale, che di fatto, anche dopo l’entrata in vigore della nuova Aia ha visto la contrapposizione dell’acciaieria alla magistratura? Come il governo intende vigilare?
Il decreto rafforza il ruolo dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) e dei piani di risanamento delle grandi industrie, a cominciare dall’Ilva. Ringrazio il presidente Napolitano per la grande attenzione con la quale ha valutato e quindi firmato il decreto salva-Taranto. Nella stesura finale, il testo estende a tutte le imprese di interesse strategico nazionale con più di 200 addetti gli impegni di disinquinamento, compresi il ricorso a sanzioni (fino al 10 per cento del fatturato), e l’adozione di provvedimenti di amministrazione straordinaria in caso di inadempienza. Viene introdotto anche un garante, che in aggiunta all’ordinaria attività di controllo sull’attuazione dell’Aia da parte dell’azienda, dovrà vigilare sulla completa attuazione delle disposizioni previste dal decreto. Il provvedimento rappresenta non solo una risposta responsabile all’emergenza innescata dalla situazione Ilva, ma indica una via replicabile in casi analoghi ove si ravvisino gravi violazioni ambientali e condizioni di pericolo per la salute pubblica. Mi auguro che ci sia collaborazione tra gli organi dello Stato. Non so quali saranno le decisioni della Procura di Taranto: spero che possa valutare con serenità i contenuti del provvedimento, che non hanno affatto aperto un conflitto con l’iniziativa della magistratura ma sono anzi molto rispettosi di questa iniziativa. Sono in attesa che si dia attuazione alle disposizioni del decreto legge. Voglio ricordare che la storia dell’Ilva di Taranto è stata caratterizzata per molto tempo da contenziosi aperti dall’impresa verso le amministrazioni pubbliche con pronunciamenti del Tar che più volte hanno reso inefficaci le prescrizioni delle amministrazioni. Ora si è aperta una fase nuova: l’azienda non ha presentato ricorso nei confronti dell’Aia, ma ha presentato un piano per la sua attuazione. Il decreto rende operativo il piano e supera una situazione molto lunga e conflittuale tra l’Ilva e le amministrazioni. Con questo decreto legge diamo avvio al processo di risanamento ambientale dell’azienda che per essere attuato ha bisogno della continuità produttiva. Non si può far finta di essere Alice nel paese delle meraviglie e non capire che la chiusura dello stabilimento ha effetti positivi sui concorrenti internazionali, che non sono vincolati agli stessi limiti ambientali che noi stiamo ponendo a Taranto. E poi non si deve trascurare l’effetto sociale: lasciare a casa 20 mila persone, cioè lasciare senza reddito in questo momento 20 mila famiglie italiane – la maggior parte nelle regioni del sud – vuol dire assumersi la responsabilità di conseguenze non stimabili sul piano sociale.

Maremma, anno 2012: 5 morti, 225 milioni di euro di danni stimati. Lunigiana e Cinque terre, 2011: sedici morti, 730 milioni di euro di danni stimati, molti meno quelli effettivamente erogati. La prima sfida che ha dovuto affrontare da ministro, è stata proprio quella dell’emergenza alluvioni. In un anno, cos’ha fatto in questo campo?
Ho appena inviato al Cipe il “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici” che conterrà misure ad hoc per la prevenzione del dissesto idrogeologico, anche a seguito dell’aumento delle alluvioni nel nostro Paese e di altri eventi estremi. Il clima sta cambiando e il nostro territorio deve adeguarsi. Purtroppo le grandi piogge degli ultimi mesi o l’emergenza neve del febbraio scorso sono stati eventi non ordinari ai quali si è spesso risposto con un’organizzazione che ha fatto scoprire delle debolezze. Le emergenze non sono un fatto straordinario che accade ogni trenta, quarant’anni. Piuttosto, bisogna immaginare di affrontare sempre più frequentemente eventi di questo tipo e organizzare una risposta adeguata. La stima complessiva di quanto è necessario alla manutenzione del territorio è di 1,6 miliardi di euro all’anno: il 60 per cento a carico della finanza pubblica, il 30 per cento dal credito d’imposta per le imprese, il 10 per cento per il supporto alla gestione cooperativa e per interventi in particolare forestali. Il programma che ho presentato al Cipe prevede divieti alle costruzioni nelle zone più a rischio, manutenzione del territorio, assicurazione obbligatoria per chi abita nelle aree a rischio di inondazione. I fondi verranno in parte dai proventi delle aste per la vendita dei diritti a emettere anidride carbonica. Inoltre, sempre per far fronte ai cambiamenti climatici, ho chiesto alla Commissione Ue di svincolare dal Patto di stabilità il finanziamento di misure per la messa in sicurezza del territorio. La gestione del territorio è una misura infrastrutturale importante per la crescita del Paese. Voglio ricordare, poi, che uno dei primi provvedimenti del governo Monti è stato proprio a favore della tutela del territorio. Il Cipe deliberò, infatti, stanziamenti per consentire al ministero dell’Ambiente e alle Regioni del Sud di attuare interventi di difesa del suolo per oltre 749 milioni di euro. Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto un miliardo di danni all’anno. Questo vuol dire che si subiscono conseguenze pesanti anche dal punto di vista della sicurezza economica dell’Italia. Conseguenze che potrebbero essere ridotte con la prevenzione. Bisogna lavorare, dunque, laddove è già noto il rischio, investendo al tempo stesso sulla crescita del Paese. Rafforzare il ruolo delle politiche del territorio significa investire nelle politiche di crescita dell’Italia.

In un recente intervento sul Corriere della sera, lei ha scritto che da noi «i vincoli del Patto di stabilità impediscono di utilizzare risorse disponibili anche per fronteggiare le emergenze e intanto gli eventi climatici estremi colpiscono l’Europa e l’Italia e provocano danni economici di gran lunga superiori ai costi della prevenzione. È giunto il momento di riportare al top dell’agenda dell’Unione europea il cambiamento climatico e di considerare la protezione e la manutenzione del territorio una misura infrastrutturale chiave per la crescita». L’Italia ha la forza di farsi portavoce di una simile sfida? È tutta colpa del Patto di stabilità o c’è stato in passato un uso inappropriato delle risorse destinate alla prevenzione, soprattutto per il dissesto idrogeologico?
Purtroppo gli effetti dei vincoli del Patto di stabilità sono evidenti. In una lettera recente ai commissari Ue Potocnik e Hedegaard ho sottolineato il rilievo che la strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici deve assumere nel quadro delle misure infrastrutturali per la crescita richiamate dal “Patto per la crescita e l’occupazione”. E, di conseguenza, ho chiesto di rappresentare presso la Commissione europea l’esigenza di assumere come criterio generale che le misure previste dalla strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici siano comprese tra quelle incluse nelle misure in deroga rispetto al Patto di stabilità. Ovvero che, in risposta alla richiesta del Consiglio europeo del 29 giugno scorso, la Commissione includa la strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici tra le misure infrastrutturali che possono essere sostenute dagli investimenti pubblici a sostegno della crescita, entro i limiti dei quadri di bilancio nazionali e della Ue. È altrettanto evidente, purtroppo, che in molti casi quello che è stato fatto in Italia non ha senso rispetto alle esigenze del territorio. Troppo spesso i soldi per i progetti di riassetto idrogeologico sono stati usati per finalità diverse. Penso a strumenti tipici per ottenere il consenso elettorale come le panchine e le fioriere sul corso. Le risorse per il dissesto idrogeologico devono essere legate, invece, a obiettivi di spesa precisi, così da limitare i margini di discrezionalità delle amministrazioni locali.

Ambiente e sviluppo economico sono temi molto ricorrenti nei programmi elettorali dei principali partiti. La green economy potrebbe acquisire il ruolo di volano per lo sviluppo. Quali devono essere le priorità, per arrivare a risultati reali?
Gli interventi legislativi e non ai quali ho lavorato in questi mesi – dal fondo rotativo per Kyoto al credito d’imposta per i green jobs inserito nel decreto per la crescita agli accordi volontari per ridurre l’impronta di carbonio delle imprese – dimostrano un percorso molto chiaro per la crescita sostenibile del nostro Paese. Perché l’ambiente è e sarà uno dei driver principali della crescita, dell’economia e dell’occupazione, in Italia e nel mondo. Anche la strategia per lo sviluppo sostenibile, che ho presentato al Consiglio dei ministri a fine agosto, va in questa direzione. Punta principalmente su cinque punti: decarbonizzazione dell’economia italiana, sicurezza del territorio, recupero e valorizzazione delle aree industriali dismesse in zone urbane soggette a bonifica, gestione integrata dei rifiuti e gestione integrata delle risorse idriche. Io credo che si debba dare valore alle 360 mila imprese del nostro Paese che investono nelle tecnologie verdi: rappresentano un punto di forza della nostra economia e non hanno ancora supporto sufficiente nel sistema nazionale. Abbiamo bisogno di facilitare l’accesso al credito per chi investe nelle tecnologie verdi. Abbiamo bisogno di sostenere le esportazioni delle imprese che producono questo tipo di tecnologie. Stiamo lavorando su tutto questo, avendo ben presente che il contributo delle tecnologie verdi allo sviluppo sostenibile dell’Italia è anche un contributo al rispetto degli impegni internazionali sui cambiamenti climatici. Ho richiamato l’attenzione più volte sulla scarsa efficienza delle procedure “barocche” adottate nel nostro Paese per attuare le normative ambientali, che in molti casi hanno il solo effetto di paralizzare senza risanare. L’idea che la politica ambientale sia diversa e magari contrapposta a quella industriale è un errore di prospettiva: questo errore ha pesato sulla politica ambientale italiana, che è stata più caratterizzata dall’esercizio del potere di interdizione che da proposte positive per la crescita sostenibile. Il mio lavoro di questi mesi come ministro è stato guidato dall’esigenza di superare questo errore, riportando l’ambiente al centro delle politiche di sviluppo.

Dopo vent’anni, circa un mese fa è stata presentata una nuova Strategia energetica nazionale, ora sottoposta a consultazione pubblica. Una delle critiche mosse alla Sen è che portare le rinnovabili al 20 per cento dei consumi totali entro il 2020 è irrealistico. Lei invece ha mostrato molta fiducia: come pensa che si possa centrare l’obiettivo?
Il piano energetico che abbiamo presentato è un documento ancora aperto a tutti i contributi. Quello che abbiamo preparato sono soltanto le linee guida per lo sviluppo del settore e dell’economia italiana in un quadro di sostenibilità. Agiremo su due fronti: l’aumento dell’efficienza energetica con una riduzione sensibile dei consumi di base a fronte di un aumento del Pil e l’aumento del ruolo delle rinnovabili come fonte energetica primaria. Il 35 per cento di energia elettrica, tra meno di otto anni, arriverà dalle rinnovabili. Sul fronte delle rinnovabili, sono confortato dai dati. Per esempio, il boom di adesioni al Fondo rotativo per Kyoto del ministero dell’Ambiente – che prevede 600 milioni di euro per la promozione dell’efficienza energetica, delle ricerca innovativa in campo ambientale e delle fonti rinnovabili di piccola taglia – ha dimostrato che c’è bisogno nel nostro Paese di finanziare la green economy e quindi la crescita dell’Italia all’insegna della sostenibilità. Il settore delle rinnovabili è uno degli esempi più importanti della green economy italiana. Le aziende che operano in questo campo sono la parte più vivace e più sana della nostra economia e questo può comportare, nei prossimi anni, una svolta nei consumi e nei modi di vivere degli italiani.