Tor Sapienza. Qualcuno ricordi al sindaco Marino che esistono alternative al degrado e alle visite di cortesia

La priorità è recuperare il territorio. È per questo che è stato eletto: non per celebrare matrimoni gay, né per abbandonare le periferie a se stesse

L’alternativa non può essere abbandono o strumentalizzazione. Tor Sapienza, come tante aree di degrado urbano, non tollera attenzioni istituzionali una tantum, all’insegna della visita di cortesia del sindaco Marino, che mostra di non avere una sola idea sull’emergenza: e pure per questo è duramente contestato; ma non tollera nemmeno che le proprie esigenze siano interpretate dall’urlo razzista. Come in ogni vicenda complessa, il lavoro deve muoversi su più livelli.

Anzitutto su quello della sicurezza. Roma ha ancora zone sguarnite di presidi di polizia – quasi tutte nelle periferie – e zone che ne hanno fin troppi – quasi tutte al centro; la necessaria collaborazione fra Comune e ministero dell’Interno deve far coprire al più presto i buchi esistenti, utilizzando immobili del Comune o di altri enti territoriali, magari ricavandoli dal confiscato alle mafie. Vedere spesso una divisa non risolve tutto, ma contribuisce a rassicurare e scongiura la tentazione del fai-da-te.

La Capitale ha organici inadeguati: centinaia di poliziotti e di carabinieri sono impegnati nei servizi di scorta/tutela in modo fisso, e altri sono utilizzati per i “tutelati” che vengono a Roma; tanti altri garantiscono l’ordine pubblico nelle manifestazioni che quasi ogni giorno sfilano per l’Urbe. Queste risorse sono sottratte alla prevenzione sul territorio, e della posta più ridotta va tenuto conto nella distribuzione delle unità: sia per incrementarle, sia per trovare un raccordo con la polizia municipale – il cui contrasto col sindaco costituisce parte del problema –, sia per concordare con chi sceglie la Capitale per protestare modalità che, senza limitare il diritto a manifestare, ne razionalizzino l’espressione.

Qual è l’alternativa al censimento?
Poi c’è da lavorare sul livello dell’accoglienza. Roma è satura, non ha più strutture recettive: le impegna già per i rom e per le famiglie rimaste senza abitazione. È un errore pensare che, essendo grande, può continuare a ricevere senza limiti; lo stesso edificio di Tor Sapienza che ospita i richiedenti asilo era destinato in precedenza agli sfrattati, a breve distanza – in via Collatina – centinaia di appartamenti sono occupati abusivamente da migranti irregolari, mentre i rom che delinquono fanno sentire la loro non gradita presenza. Se ne deve tener conto nella dislocazione dei profughi che giungono in Italia in misura notevolmente più ampia rispetto al passato, senza gravare sui quartieri già oberati.

Per i rom, poi, non si può continuare a lasciar fare: un lavoro svolto dalla precedente amministrazione, d’intesa col Viminale, aveva chiuso i campi più indecorosi, a cominciare da Casilino 900, e aveva eliminato tante sistemazioni in strada, prevedendo collocazioni dignitose; oggi sembra di essere tornati al punto di partenza. Si era bollato quel lavoro come discriminatorio e di “schedatura”; e qual è l’alternativa al censimento e a una distribuzione ordinata? O vanno incoraggiati i continui cambi di generalità e l’indicazione di indirizzi inesistenti? È giusto che se un bambino non va a scuola i genitori ricevano le visite degli assistenti sociali col rischio di perderne la potestà, e a tanti rom sia invece permesso di tutto, a cominciare dallo sfruttamento criminale dei figli? L’antidoto all’odiosa attribuzione di responsabilità collettiva per fatti specifici all’intera popolazione rom è che ciascuno di loro assuma una identità precisa: per permettere l’attribuzione individuale delle condotte.

C’è dell’altro, ovviamente. Ma la priorità è recuperare la pazienza del lavoro quotidiano per il territorio, concordato fra le diverse istituzioni con voce in capitolo. È per questo che si è ricevuto il consenso: non per celebrare matrimoni gay, né per lasciare la vivibilità dei quartieri alla gestione del teppismo più becero.