Toninelli, ministro lingualunga

Ponte Morandi. Le dichiarazioni muscolari del titolare delle infrastrutture si scontrano con alcuni dati di fatto di cui dovrebbe tenere conto

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Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, cosa spinge il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ad essere così apodittico ed assertivo? Nessuno è nato ieri e tuti sanno che nel grande teatro della politica si deve sempre recitare una parte, sopratutto ora che i tempi dello show si sono ridotti a qualche battuta breve come un messaggio Twitter. Ma anche fatta la tara alla recita in commedia, c’è qualcosa che non torna nell’esibizione muscolare al limite del masochismo scelta da Toninelli.
Nell’intervista rilasciata al Corriere il 20 agosto, il ministro conferma di aver chiesto pubblicamente le dimissioni dei vertici di Autostrade. Parla di nazionalizzazione, fa assumere allo Stato una missione salvifica, usa toni da caudillo venezuelano. Toninelli non è un semplice deputato, è ministro. Un ministro può fare una dichiarazione del genere? Autostrade è una società privata, non pubblica. Con quale autorità Toninelli si rivolge loro, intimandogli tale decisione? Nessuna, in verità, tanto che lo stesso Toninelli è costretto a correggere il tiro parlando di “opportunità”: “in un paese civile, [le dimissioni] non ci sarebbe nemmeno bisogno di chiederle”. In un paese civile, però, un ministro non dovrebbe mai fare una dichiarazione del genere. Innanzitutto perché essendo un ministro, e non un semplice deputato, il suo ruolo fa assumere alle sue dichiarazioni un peso specifico ben più ponderante. Non è un caso infatti che suoi colleghi ben più assennati, si pensi al leghista Giorgetti, pur non facendo mancare critiche ad Autostrade per l’Italia e ai Benetton, misurano bene le parole quando si tratta di mettere in croce contratti e concessioni stipulati dallo Stato.
In secondo luogo, Toninelli, in buona compagnia del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (che è pure avvocato!), dovrebbe sapere che a stabilire le colpe sul crollo del ponte dovrà essere un giudice, coi tempi della giustizia che sappiamo non proprio celeri in Italia. Se è chiaro che il fatto c’è, toccherà a un regolare processo e dopo tre gradi di giudizio stabilire se c’è stato un dolo e colpa grave. Toninelli come può, oggi, dire quel che dice? Soprattutto: poiché anche lo Stato aveva obblighi di controllo sulla struttura, non è che poi va a finire che qualche errore lo troveremo anche nelle valutazioni dei suoi tecnici? Toninelli ha valutato questa eventualità? A quel punto, che dirà il ministro dalla lingua rapida e lunga?
Esiste infatti una relazione datata 1 febbraio e firmata da sette tecnici sullo stato di salute del ponte in cui si dice che occorrono degli interventi, che furono programmati con l’inizio dell’autunno. Della commissione facevano parte, oltre a cinque tecnici di Autostrade, anche due del ministero, Roberto Ferrazza e Antonio Brenchic. E dunque come la mettiamo? Soprattutto, fatte salve le competenze di questi ultimi, perché proprio a loro è stata affidata la presidenza e la partecipazione alla commissione d’indagine governativa sul disastro?
Non sono proprio dei particolari, questi. Come non sono particolari, ma quattrini, quelli persi in cinque giorni da Atlantia, capogruppo di Autostrade. Ieri il Corriere scriveva che in questo lasso di tempo ha perso un quarto del valore in Borsa: oltre cinque miliardi. Seguendo il filo del ragionamento di Toninelli, dovremmo chiederne le dimissioni per questioni di “opportunità”?
Il lettore più attento avrà notato un diverso atteggiamento dei politici leghisti sulla questione. Non è un caso che le loro dichiarazioni siano improntate a una maggior prudenza. Questo non significa pensare che i Benetton siano dei benefattori, o che non occorra stabilire con rigore le responsabilità o che si voglia insabbiare alcunché. Si tratta semplicemente di pensare alle conseguenze delle proprie parole prima di esprimerle. È sempre un segno di intelligenza, questo. O, almeno, di furbizia.
Foto Ansa

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