Tiraboschi (Adapt): altro che #lasvoltabuona, il contratto unico di Renzi è solo un turbo contratto a termine

Intervista al giuslavorista: «Le misure sul lavoro del governo contraddicono la filosofia del Jobs Act di Renzi. Non influiranno sul precariato e rischiano di essere bocciate dall’Europa»

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Non è vero che «è #lasvoltabuona», come ha twittato Matteo Renzi in vista del Consiglio dei ministri di mercoledì 12 marzo. Almeno non lo è per il mercato del lavoro. Secondo Michele Tiraboschi, direttore del centro studi internazionali e comparati Adapt-Marco Biagi, le roboanti promesse del presidente del Consiglio, indubbiamente lanciate «con abilità comunicative mai viste», una volta “filtrate” dal governo, non hanno avuto l’esito sperato. Come ha scritto il giuslavorista in un suo recente editoriale: «Doveva essere la svolta del contratto unico a tempo indeterminato, ma così non è stato. Il Governo ha approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che già oggi copre il 60 per cento degli avviamenti al lavoro». Una impostazione che «nel breve periodo è senza dubbio utile per riattivare il mercato del lavoro», ma che tuttavia «si pone in piena contraddizione, nel medio e lungo periodo, con la filosofia più volte annunciata nel Jobs Act di sostegno al lavoro di qualità e alla lotta al precariato». Gli abbiamo chiesto di spiegarci perché.

Professore, da tempo le imprese si attendevano una semplificazione dell’apprendistato. C’è stata?
Sì, pochissimi giorni fa. Ma a farla non è stato Renzi. Il pacchetto di misure sul lavoro del governo Letta, infatti, aveva già previsto una robusta semplificazione dell’apprendistato la cui realizzazione è stata affidata alla Conferenza Stato-Regioni. Ora, invece, l’intervento più drastico pensato da Renzi e non concordato con le Regioni, che rimangono pur sempre le dirette interessate della normativa in questione, corre il rischio di essere bocciato dall’Europa.

Come mai?
La decisione di abolire l’obbligo della formazione pubblica delegandola in toto all’azienda privata potrebbe essere giudicata dalla Corte di giustizia europea come un aiuto di Stato. Proprio come è già accaduto con il contratto di formazione e lavoro, infatti, all’aiuto dello Stato concesso all’impresa non corrisponderebbe più alcun obbligo di formazione pubblica, ma solo il suo impegno ad arrangiarsi a formare il giovane come meglio ritiene di farlo. Oltretutto, esponendo l’apprendistato alla concorrenza di altre forme contrattuali fiscalmente più “convenienti” come lo stage e i contratti a progetto che metterebbero l’apprendistato, per così dire, “fuori gioco”, a tutto svantaggio del lavoratore.

Come giudica la svolta sul contratto a termine?
Capisco la logica che sottende la decisione di estendere la acausalità del contratto a termine dagli attuali 12 fino a 36 mesi, per di più senza obbligo di pause forzate nel caso di proroghe, ma non condivido la soluzione adottata. La logica, infatti, è quella di consentire ai datori di lavoro di assumere chi vogliono senza che siano costretti a “sposare a vita” il loro dipendente, perché l’articolo 18 impedisce loro i licenziamenti senza giusta causa. Ma Renzi aggredisce l’articolo 18 dal lato sbagliato. Meglio sarebbe stato mettere mano a una seria riforma del tempo indeterminato. Così, invece, si incentiva ulteriormente il ricorso al contratto a termine, che già oggi copre il 60 per cento degli avviamenti al lavoro. Oltretutto, anche questa novità presenta potenziali profili di contrasto con la normativa europea che impone precisi limiti alla reiterazione dei contratti a termine. In Italia se ne potrà far firmare quanti si vuole alla medesima persona, anche 20, in Europa solo 7.

Il fatto che in azienda i contratti a termine non possono superare il 20 per cento dei dipendenti non rappresenta un deterrente sufficiente contro gli abusi?
Per nulla, perché ci sono settori, come la manifattura, dove la percentuale dei lavoratori con contratto a termine è pari circa al 4-5 per cento, e dove pertanto quel tetto è come se non ci fosse; ma ce ne sono anche altri, come per esempio il turismo che è evidentemente contraddistinto dalla stagionalità, dove la percentuale è addirittura vicina al 50 per cento e il limite al 20 potrebbe essere un ulteriore ostacolo a creare occupazione.

Cosa pensa della decisione di estendere la “garanzia giovani” da 25 a 29 anni?
Questa è una misura indubbiamente positiva perché consente di aiutare concretamente quei giovani che non riescono a trovare lavoro proponendo loro un’offerta formativa e sostenendoli nella ricerca grazie ai centri per l’impiego. Prima, infatti, il limite di età era pari a 25 anni, un’età in cui spesso uno nemmeno lavora semplicemente perché sta ancora studiando, mentre la fascia di età più critica è proprio quella compresa tra i 25 e i 29 anni.

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