Tessera numero 4 di “comunione e libertà”. Lettera dal carcere di Vicenza

«Faccio parte della categoria dei “condannati al carcere preventivo” e ritengo che esista una rete di persone che avrebbero molto da esprimere, in senso propositivo, per l’obiettivo comune del ripristino della legalità nelle carceri e nel “sistema giustizia”»

Oggi al ritorno in cella dopo la consueta ora (45 minuti) d’aria, insieme alla posta mi hanno consegnato Tempi numero 30/31. Dire grazie mi pare riduttivo. Non so come esprimerle la mia riconoscenza per aver accolto la richiesta che le avevo inviato (…) Faccio parte della categoria dei “condannati al carcere preventivo” e ritengo che esista una rete di persone accomunate da fede, bagaglio culturale, esperienza e senso di solidarietà, che avrebbero molto da esprimere, in senso propositivo, per l’obiettivo comune del ripristino della legalità nelle carceri e nel “sistema giustizia”. Mi riferisco anche a Simone e Daccò, con i quali certamente mi metterò in contatto epistolare, come all’onorevole Papa, a Klaus Davi, allo stesso professor Pugiotto e, molto immodestamente, al sottoscritto, oltre a lei naturalmente. (…)

I tempi sono maturi, e l’opinione pubblica ha il diritto di essere informata sulle drammatiche condizioni delle carceri, delle condanne inflitte dalla Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu) allo Stato italiano per tortura, dell’uso distorto della custodia cautelare in carcere, che non è più extrema ratio ma regola e metodo, utilizzati per placare la sete di vendetta istituzionale.

Vede direttore, mi posso permettere certe affermazioni perché sono stato oggetto di ben 9 rigetti alle istanze per la revoca o la sostituzione della misura cautelare. Nove rigetti con motivazioni-fotocopia che, escludendo pericoli di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove, concludevano con «non ha dato prova di una presa di distanza dall’evento criminale, continuando a professare la propria innocenza». Intanto, tra un rigetto e un nuovo ricorso, i mesi passano, ma secondo i giudici «il tempo è un elemento neutro, e un fatto nuovo».

È inevitabile, poi, diventare un detenuto “scomodo”, perché basta essere in grado di connettere per rendersi conto che la condizione delle carceri è disumana e degradante, pertanto illegale, e in quanto tale soggetta all’azione penale obbligatoria prevista dal nostro codice. Ecco che allora ho attivato ogni tipo di giurisdizione nazionale e internazionale con denunce contro il ministero della Giustizia che continua a definire «tollerabili» le condizioni delle patrie galere. Mi chiedo continuamente come si possa restare insensibili alla quotidiana negazione della dignità individuale, ma mi rendo conto che la soluzione può arrivare solo da “dentro”, intendendo dalla coscienza e dalle carceri. Naturalmente sarei onorato di avere la tessera numero 4 di comunione e libertà!

Claudio Bottan, dal carcere di Vicenza

Risponde Luigi Amicone: Constato che sono l’unico di comunione e libertà ancora a piede libero.