Teologo cattolico molla i democratici Usa: «Troppo estremisti sull’aborto»

Charles Camosy si dimette dal board dei “Democrats for Life”: «Non mi hanno lasciato altra scelta. Non si può più parlare di aborto se non come di un bene. Battaglia persa»

Pete Buttigieg

Charles Camosy, studioso cattolico, docente di etica sociale e teologica alla Fordham University, autore di un libro contro quella che papa Francesco chiama la “cultura dello scarto”, ha deciso di dimettersi dal consiglio dei Democrats for Life of America (Dfla), l’organizzaione dei democratici pro-life, di cui era membro dal 2014. Il motivo della rottura è che il partito di riferimento è ormai monoliticamente schierato su posizioni estremiste a favore dell’aborto.

«Qualsiasi cosa che possa dare adito all’idea che l’aborto sia meno di un bene oggi viola l’ortodossia del partito», ha scritto lo stesso Camosy in un sofferto j’accuse ospitato giovedì 6 febbraio dal New York Post.

«Fino a poco tempo fa, passavo gran parte della mia vita a lavorare sodo per far eleggere candidati democratici alle cariche pubbliche, ma l’inizio della campagna elettorale per le prossime presidenziali mi ha spinto lontano dal partito, e a rassegnare le mie dimissione dal board dei Democratici per la vita, in cui sedevo dal 2014».

«NESSUNO SPAZIO PER NOI PRO-LIFE»

Il teologo cattolico dice di credere ancora in tutte le battaglie politiche portate avanti dai democratici. Tranne appunto quella contro la difesa della vita dei bambini non ancora nati. Proprio su questo fronte, però, i suoi referenti politici non gli hanno lasciato scelta.

«Come molti democratici, sono convinto che il governo debba svolgere un ruolo forte in difesa delle donne, delle famiglie e dei bambini. Sostengo il congedo familiare pagato, le sovvenzioni per le cure pediatriche ai meno abbienti, i diritti dei sindacati, l’Affordable Care Act, i crediti d’imposta per le adozioni e molte altre misure di questo tipo.

Sono preoccupato dal cambiamento climatico. Sono un vegetariano dichiarato. Credo nell’accoglienza dei rifugiati e dei migranti. Sono contrario alle guerre inutili.

Ma il partito non mi ha lasciato altra scelta. È vero, il nostro è un piccolo gruppo, ma almeno un terzo dei democratici si definiscono pro-life. Eppure non siamo stati presi sul serio nemmeno quando i leader del partito alla fine ci hanno ricevuto.

Abbiamo mostrato loro che in alcuni distretti i democratici pro-life avrebbero potuto battere i candidati repubblicani, ma non gliene importava nulla. Perfino quando abbiamo invocato un ventaglio più ampio di scelte riproduttive per le donne con gravidanze difficili, attraverso servizi come gli hospice perinatali, i capi del partito ci hanno ignorato.

Qualsiasi cosa che possa dare adito all’idea che l’aborto sia meno di un bene oggi viola l’ortodossia del partito».

LA CULTURA DELLO SCARTO

Addirittura, aggiunge Camosy nel suo articolo, l’élite democratica «rifiuta la tutela della coscienza dei medici contrari all’aborto», e ormai nel partito è diventato un tabù anche opporsi al finanziamento pubblico delle interruzioni di gravidanza.

Non è la prima volta che il professore esce allo scoperto per fronteggiare l’intransigenza abortista della sinistra americana. A una convention dei Democrats for Life del 2018, commentando le dure parole del Papa contro la cultura dello scarto, Camosy ha ammonito che nessuno può sentirsi autorizzato a usare il magistero di Bergoglio per giustificare l’aborto. Nel novembre scorso ha definito il programma dei democratici in materia «il più estremista possibile».

L’ASCESA DELL’INTRANSIGENTE BUTTIGIEG

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha confessato il teologo sul New York Post, è la dichiarata contrarietà da parte di Pete Buttigieg all’introduzione di qualsiasi limitazione all’aborto in qualunque momento della gravidanza.

Buttigieg, ex sindaco di South Bend, Indiana, è virtualmente in testa nella sfida per la nomination del Partito democratico in vista delle presidenziali di novembre, dopo essere risultato vincitore (con uno 0,1 per cento di vantaggio sul secondo, Bernie Sanders) dalle pasticciate primarie del partito democratico nell’Iowa. Sposato civilmente con un uomo, l’aspirante candidato alla Casa Bianca si professa cristiano ma, ricorda Camosy, «a un certo punto ha fatto capire che per lui l’aborto è accettabile fino al momento in cui il bambino fa il suo primo respiro». Quando lo ha sentito sostenere questa opinione, scrive il professore, «ho realizzato che stavamo combattendo una battaglia persa».

LA BIBBIA PRO-CHOICE?

Proprio il 6 febbraio, lo stesso giorno in cui il New York Post pubblicava l’addio di Camosy ai compagni democratici, Buttigieg ha ripetuto in un’intervista che la sola limitazione accettabile all’aborto è quella decisa «dalla donna a cui tocca la scelta». Il governo e il legislatore non dovrebbero occuparsi nemmeno di temi drammatici – e molto dibattuti negli Stati Uniti – come l’aborto tardivo e l’abbandono terapeutico dei bambini nati vivi a causa di interruzioni di gravidanza fallite.

Secondo Buttigieg «nessuno dev’essere costretto a sottostare all’altrui interpretazione della propria religione». Tuttavia qualche mese fa, proprio giocando sulla sua fede cristiana, l’ex sindaco di South Bend si è messo a spiegare che «molti brani della Bibbia parlano di come la vita cominci con il respiro».

MILIONI DI ELETTORI DELUSI

Camosy dichiara sul New York Post che lui, lasciati i democratici, non voterà mai per il Partito repubblicano. Preferisce “sprecare” il suo voto dandolo a una formazione centrista minoritaria come l’American Solidarity Party, destinata sulla carta a risultati trascurabili nel voto del prossimo novembre.
Tuttavia, come ricorda la Catholic News Agency rilanciando l’articolo del teologo della sinistra pro-life, è il Partito democratico in quanto tale a essersi spostato negli ultimi anni verso la linea dell’intransigenza sull’aborto.

Nel 2016 il congresso democratico ha inserito nella piattaforma del partito un «inequivocabile» appoggio all’«aborto sicuro e legale» per tutte le donne e pagato da tutti i contribuenti. Del resto non solo Buttigieg, ma tutti gli aspiranti candidati democratici alle presidenziali del 2020 sono di questa idea.

«Se nella questione più infiammabile della nostra epoca il partito vuole puntare tutto su una posizione che vede d’accordo soltanto il 13 per cento della popolazione, è ora che si prenda un no come risposta. […] Milioni di altri [elettori democratici] che non condividono i miei valori a novembre si sentiranno costretti a mettere riluttanti una crocetta su un candidato repubblicano. E i democratici non avranno nessuno da incolpare se non il loro stesso estremismo».

Foto Ansa