Suicidio assistito, «il medico resti su zoom, la famiglia shakeri il cocktail letale»

In America con la pandemia esplodono la telemedicina e i consulti via web. Anche in fatto di morte assistita e consigli a casa per diventare “parte attiva” nel decesso dei propri cari

Morire online, non sarà il lockdown a impedire a qualcuno di ammazzarsi. Anzi. La pandemia ha accorciato i tempi e gli sforzi per accedere a strutture mediche, ritirare prescrizione di esami, colloqui. Nemmeno il tempo di parcheggiare, insomma. L’American Clinicians Academy on Medical Aid in Dying – una nuova associazione di medici che assistono i suicidi – ha pubblicato a marzo delle linee guida che consentono appunto ai dottori di fornire suicidi assistiti via internet. Basta un’analisi delle cartelle cliniche su Zoom o Skype, un secondo consulto al telefono. Nessuna visita al corpo del paziente, nessun incontro di persona: grazie a una visione estrema della telemedicina medici che non li hanno mai avuti in cura per le malattie di cui soffrono possono ora aiutare perfetti sconosciuti – di cui ignorano la storia personale e familiare – a morire. Tutto grazie a una connessione.

“SE PRENDO IL VIRUS NON VOGLIO IL VENTILATORE”

Non è una novità: a maggio il Nyt fotografava il boom della telemedicina durante la pandemia, strumento col potere di avvicinare, abbattere le distanze e rendere più raggiungibili medici e pazienti. Anche per discutere di fine vita: “Mary Jane Sturgis, per esempio. Un mese fa iniziò a temere che, se avesse contratto Covid-19, sarebbe stata ricoverata in ospedale e attaccata a un ventilatore senza il suo consenso; chiese quindi alla dottoressa Sardanopoli un appuntamento per discutere i suoi desideri di fine vita. Trascorsero mezz’ora su FaceTime, discutendo le varie opzioni, senza problemi dati dalla distanza fisica. ‘Sapevo quello che volevo, e lei ne era completamente rispettosa’, ha detto la signora Sturgis. ‘Subito dopo mi sono sentita meglio e più serena’”.

NON SERVE LO STETOSCOPIO, BASTA LO SCHERMO

Nel suo articolo pubblicato il 2 giugno e seguito da molte polemiche nel mondo pro-life, Anita Hannig, professore associato di antropologia all’Università di Brandeis, Massachusetts, esperta di leggi sulla morte assistita in America, racconta una conversazione avuta con la dottoressa Carol Parrot un paio di anni fa: “I miei pazienti adorano la telemedicina”, le diceva il medico. “Adorano non doversi vestire. Non devono salire in macchina e guidare per 25 miglia, incontrare un nuovo dottore e sedersi in una sala d’attesa”. Il 90 per cento dei suoi pazienti Parrot li cura così, esaminandone attraverso lo schermo i sintomi, la mobilità, la respirazione. Quanto all’assistenza al suicidio, a Parrot non serve lo stetoscopio per capire quando qualcuno ha poco da vivere e vuole morire. Afferma di aver sentito raramente il medico di base dei suoi pazienti.

IL COCKTAIL DELEGATO AL MEDICO

Sebbene le definisca “estremamente restrittive” Hanning spiega che le leggi sul suicidio assistito di fatto non richiedono la presenza di un medico o di un operatore sanitario al momento della morte, solo che due medici valutino in modo indipendente la richiesta del paziente. Tuttavia le famiglie preferiscono demandare il compito di preparare e somministrare il cocktail letale a un medico o volontario, esterno alla famiglia: il medico prepara il composto a base di quattro farmaci da miscelare con acqua o succo, il volontario sorveglia che il paziente ingerisca tutto e, in caso in cui la famiglia si metta di mezzo, che le sue ultime volontà vengano rispettate. “Molte famiglie mi hanno detto che preparare il cocktail letale le avrebbe fatte sentire come se stessero facilitando – e non solo sostenendo moralmente – la morte di una persona cara”.

LA MORTE RIDOTTA A TUTORIAL

A causa dello stato di emergenza sanitaria, conclude Hanning, le famiglie oggi non possono più scegliere: possono però assumere finalmente un ruolo attivo, a partire dal miscelare i quattro farmaci di cui si parla nell’articolo, per assistere davvero e fino e all’ultimo respiro un malato al tempo della pandemia: questo “consentirà alle persone morenti realizzare il proprio desiderio di scegliere tempi e modalità per morire con la certezza di non essere lasciati soli”. Come se il consulto col medico consistesse davvero in una semplice interazione, mescolare farmaci seguendo le indicazioni che molte associazioni di aiuto al suicidio forniscono attraverso le piattaforme online fosse come seguire un programma di cucina su youtube. Come se le “protezioni” e i paletti previste dalle varie legislazioni non avessero abbondantemente dimostrato tutta la loro inconsistenza: la platea dei beneficiari del suicidio assistito si è allargata sempre di più, pochissimi medici richiedono il consulto psicologico previsto per pazienti più fragili, crescono i casi documentati di abusi.

“Cosa possiamo imparare da tutto questo?”, si è chiesto Wesley J. Smith, senior fellow presso il Discovery Institute. Per il bioeticista “una volta che consideriamo il suicidio come una risposta adeguata alla sofferenza causata dalla malattia o dalla disabilità, i nostri atteggiamenti verso la morte diventano così deformati che ottenere il suicidio, soddisfare la richiesta dei pazienti, diventa rapidamente la priorità principale”. Regolamentare la pratica, fare le cose “bene”, con dovizia di passaggi medici fino all’ultima sorsate di cocktail letale è passato in secondo piano. Oggi l’iter di numerose proposte di legge per legalizzare o liberalizzare il suicidio assistito, in stati come New York, Massachusetts e Maryland, è stato arrestato dalla pandemia. Ma quando la battaglia politica riprenderà, e di nuovo si parlerà di paletti, garanzie e protezioni, l’America sarà più mansueta, la telemedicina avrà accorciato distanze e tempi di riflessione, aiutare i pazienti a uccidersi o richiedere di essere uccisi sarà per molti medici e pazienti meno faticoso di quanto non fosse, prima di Covid, vestirsi, guidare per diverse miglia, parcheggiare l’auto sotto l’ospedale.F