Strage di Orlando. Tra islamofobia e omofobia, tornare a usare la ragione

La libertà di pensiero e il valore universale della persona ci salveranno dal paradosso politicamente corretto

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«Tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla», scriveva Chesterton nella sua monumentale Ortodossia, per descrivere il delirio di onnipotenza e di assurdità che caratterizza la superbia del mondo moderno. Questo si ritiene superiore ad ogni altra epoca storica per il primato di quella stessa ragione che esalta nelle parole e che però tradisce nei fatti.

La recentissima strage di Orlando ne è una testimonianza diretta, in quanto mette in risalto il seguente paradosso: se si difende la comunità omosessuale vittima della violenta aggressione chiarendo che l’islam è sostanzialmente violento a differenza di ebraismo e cristianesimo, si corre il serio rischio di essere tacciati di islamofobia; se invece, si difende l’islam chiarendo che esso non è costitutivamente violento, si corre il rischio di essere tacciati di omofobia.

Insomma, l’occasione è propizia, poiché come insegna la geometria razionale della tragediografia greca la sofferenza porta con sé la consapevolezza, cioè il disvelamento della verità, per comprendere le assurdità di un mondo come quello contemporaneo così ingabbiato nei propri schemi fondati sul politicamente corretto da non riuscire più a distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, la realtà dall’ideologia. Sul punto occorre effettuare dunque alcune considerazioni.

In primo luogo: appare quanto mai opportuno abbandonare le categorie della pan-fobia, come l’islamofobia, l’omofobia, ecc, per riacquisire quella libertà di pensiero, di critica e di parola che ormai sono del tutto censurate dalla costante minaccia di subire l’applicazione di simili etichettature. In questo senso taluni metodi di alcune comunità lgbt e quelli dell’islam sembrano del tutto analogabili, in quanto refrattari entrambi alla possibilità che esista un pensiero, seppur sbagliato, ma sostanzialmente dissenziente che preferisce, a torto o a ragione, non allinearsi alla dimensione “dogmatica” di riferimento, cioè quella genderista nel primo caso e quella coranica nel secondo. Per esempio, dichiarando la naturalità della famiglia come unione tra uomo e donna – di recente ancora una volta sancita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – o il mistero trinitario e non triteistico di Dio.

In secondo luogo: proprio sulla scorta di ciò, cioè di un recupero del diritto di dissenso, le comunità lgbt non possono ritenere omofobo l’islam che, in quanto di derivazione abramatica, ritiene, per esempio, che vi sia un ordine naturale anche nella dimensione della relazionalità sessuale posta a fondamento della famiglia, e l’islam, da parte sua, non può applicare i propri dettami shariatici alle comunità lgbt dichiarando il jihad anche contro di esse, come purtroppo accaduto ad Orlando.

In terzo luogo: emerge quanto mai preponderante la differenza tra l’islam e il cristianesimo in genere, e la Chiesa cattolica in particolare, in riferimento alla questione dell’omosessualità. Mentre l’islam condanna sia l’orientamento che la persona, e l’atto violento in cui sfocia testimonia proprio tutto ciò, l’insegnamento cattolico, che pur da molti ideologi genderisti viene contro ogni verità e realtà definito omofobo – perfino al pari dell’islam –, si dirige nella direzione esattamente opposta, come, tra i tanti esempi citabili, comprova il documento della Congregazione per la dottrina della fede a firma del prefetto Joseph Ratzinger del 1986:

«Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni».

Ecco la chiave di volta del sistema differenziante, cioè l’elemento personale, ovvero quella dimensione universale che caratterizza ogni essere umano a prescindere dall’orientamento sessuale, dall’ideologia o dalla fede di riferimento. L’elemento personale viene costantemente negato sia dall’ideologia del gender, che lotta tanto contro la ragione negando la naturale dicotomia sessuale, quanto contro la Chiesa che tale dicotomia si limita a ricordare, sia dalla criminalità assassina dell’ideologia islamista, che porta morte e devastazione ciecamente come ogni sistema sostanzialmente totalitario e anti-umano. In questo modo, inoltre, dimostra ancora una volta lo spazio marginale, per non dire nullo o assente, che la ragione ricopre nel sistema teologico islamico.
Soltanto la persona, insomma, traduce l’ontologica relazionalità umana in quanto riflesso della teologica relazione teandrica (Dio-uomo), quella cioè su cui si fonda un’autentica etica dell’alterità, cioè quell’alterità d’altri che, secondo la brillante intuizione del filosofo ebraico Emmanuel Levinas, è «la punta estrema del “tu non commetterai omicidio”».

Non solo occorre ripristinare la libertà di pensiero, di critica, di parola, espressioni tutte della ragione e della sua stessa libertà, ma occorre recuperare altresì il senso perduto della dimensione della persona quale categoria liberante contro tutte le altre categorie liberticide frutto tanto dell’estremismo secolarizzante del mondo moderno, di cui l’ideologia gender e pansessualista è diretta espressione, sia del jihadismo islamico che come tale è sempre e comunque opposto alla ragione, come aveva brillantemente avvertito papa Benedetto XVI nella celebre lectio magistralis di Ratisbona nel 2006.

La mancata consapevolezza dell’importanza di concentrarsi sulla tutela della persona dimostra la profonda sfiducia del mondo contemporaneo nei confronti della ragione, ritenuta non in grado di scorgere la dimensione ontologica, cioè la verità dell’esistenza, la verità dell’uomo, palesando quanto fosse nel giusto ancora Chesterton: «La verità è che il mondo moderno ha subito un tracollo mentale, molto più consistente del suo tracollo morale».

Foto Ansa/Ap

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