Storie d’Italia.Oltre la mitologia

Facciamo finalmente qualche conto con mezzo secolo di memorie patrie? Tempi risponde
all’apprezzabile invito di quanti, alla luce del dossier Mitrokhin, fanno ora un po’ di fatica a conservare intatti i miti (molto diffusi nelle scuole
di ogni ordine e grado) secondo cui l’Italia è stata sempre divisa in due: quella dei buoni (pura, incorrotta, diversa e antifascista come il partito
di Enrico Berlinguer), quella dei cattivi (oscurantista, retriva, complottista e corrotta dei Craxi
e degli Andreotti). Cenni e rudimenti di storia
su passaggi politici importanti nell’Italia dal ’43 ad oggi

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. Prima di quattro puntateLa storia d’Italia dopo il fascismo è la storia di una guerra civile mai risolta e sempre evitata. Le due parti, gli occidentali e i comunisti, non sono mai formalmente venute allo scontro, anche se non ne mancano episodi, già all’interno stesso della guerriglia partigiana. Il comunismo si insinuò nel solco della sinistra nazionale diversa dalla sinistra di classe tracciata dal fascismo: il Pci non è soltanto l’erede del Psi ma anche del Pnf (Partito nazionale fascista). Da ciò la sua capacità di stabilire alleanze fuori della classe operaia (con la Chiesa, la finanza, l’industria) che il comunismo di altri paesi non hanno avuto. Forte dell’eredità fascista e socialista, il Pci è stato un partito comunista unico tra quelli occidentali, capace di stare nella società italiana come un pesce nell’acqua e al tempo stesso di valere come una religione alternativa, una visione totale. Anche in riferimento alla dimensione di altra religione propria del comunismo va compresa la scomunica ai dirigenti comunisti nel ’49 dal più grande Papa del secolo, Pio XII, che aveva inteso la vera natura anticristica del comunismo. Che ora conosciamo in dettaglio d’orrore. Dc e Pci convissero e si intesero rimanendo universi separati: e poiché democrazia e comunismo erano anche Usa e Urss, le due patrie della cultura e della religione in Italia furono parti anche di alleanze diverse. I democratici della Nato, i comunisti del patto di Varsavia. Oggi è forse difficile rendersi conto di queste cose. Il rapporto Mitrokhin non è che un pallidissimo eco della realtà, permette a coloro che hanno il privilegio di non essere stati giovani nel ’43 di immaginare che cosa hanno vissuto i loro padri e nonni. Oggi la memoria della storia italiana appartiene alla sinistra. Per questo occorre pensare a una rilettura della storia liberale. Dividiamo la storia d’Italia in periodi. E scegliamo alcune date: il ’43 – ’45; il ’48; il ’60; il ’78;1’89; il ’92. Questo metodo certo lascia da parte molte cose, ma ci consente di cogliere alcuni momenti delle svolte politiche.

Il ’43-’45. Morte di uno Stato nazione. Dal mito del Risorgimento al mito (comunista) della Resistenza antifascista La fine del fascismo determina anche la crisi del Risorgimento, di cui la monarchia dei Savoia era il fondamento. Il re abbandona Roma, raggiunge la parte d’Italia occupata dagli angloamericani e lascia l’esercito senza indicazioni. L’esercito viene di fatto preso prigioniero dai tedeschi, condotto prigioniero in Germania. Vi furono persino fucilazioni di soldati italiani da parte dei tedeschi (Cefalonia). È la più grande umiliazione che possa capitare ad un popolo: il suo annientamento politico da parte dell’alleato. Per comprendere la storia dell’Italia repubblicana, occorre partire da questo drammatico fatto. Il popolo del Centro e del Nord si trova il corpo morto dello Stato nazione sulle braccia. La Resistenza non nasce da sinistra o da destra: nasce da questo evento, la morte della nazione Stato. Essa nacque semplicemente dal fatto che lo Stato abbandonò la maggior parte del popolo e del territorio in mano all’alleato divenuto nemico. La Resistenza sorse da uno stato di necessità e i primi gruppi nacquero dai militari, specie del Sud, che riuscirono a sfuggire alla cattura dei tedeschi. I comunisti, che furono in minoranza nella Resistenza, perché erano in minoranza nel popolo, riuscirono ad appropriarsi politicamente della Resistenza. E questo avvenne tanto più quanto passavano gli anni. Man mano che con il passare degli anni svaniva la memoria della Resistenza ne cresceva il mito. Esso è divenuto dominante oggi. E il mito comunista della Resistenza è che tutto ciò che viene prima della Resistenza e non è comunista (o socialista massimalista) è l’Italia da dimenticare: valida come archeologia, ma rimossa come memoria culturale, religiosa, civile e politica. Il Novecento che giunge ora nelle scuole grazie a Berlinguer è la memoria comunista della Resistenza divenuta lettura della storia d’Italia. Per questo occorre ricomprendere la storia: perché il regime postcomunista ci produce una antistoria d’Italia. La Resistenza è l’evento centrale del postfascismo: ma il fatto reale non ha nulla a che vedere con il mito della Resistenza. Gli “antifascisti” del ’97 hanno manifestato contro il biografo di Mussolini, Renzo De Felice, per la sua demitizzazione della Resistenza e hanno organizzato un convegno a Roma contro di lui. Come De Felice scrisse, la maggioranza del paese fu estranea sia alla Resistenza sia allo Stato fascista rinato, la Repubblica sociale italiana. Ma nel complesso il sentimento del paese non era con la Repubblica di Mussolini: la Rsi fu un fenomeno di minoranza, mosso spesso da un sentimento nazionale autentico. Era un modo di non rassegnarsi alla morte dello Stato nazione. Resistenza e Rsi divisero il Nord dal Sud. E, quando nel ’46, gli italiani scelsero la forma dello Stato, la monarchia fu votata quasi dalla metà degli italiani: ci fu allora la divisione istituzionale tra il Centro-Nord e il Sud. Però politicamente l’antifascismo aveva vinto: e il voto repubblicano fu un modo di rifare l’unità nazionale, nonostante la monarchia. Il mito risorgimentale era però finito nella immensa umiliazione della nazione, per opera sia dei tedeschi che degli angloamericani. L’identità italiana cessava di essere una fierezza. La crisi profonda dell’identità nazionale era palese nei fatti, anche se non era ancora giunta alla coscienza.

Il ’48. La vittoria della Dc liberale di don Sturzo e la leadership politica di De Gasperi. La devoluzione della Dc a partire dagli anni ’50: dall’integrismo di Gemelli a Dossetti, La Pira e Fanfani. Da Maritain ai Laureati cattolici, Montini e Moro Il 18 aprile del ’48 la Dc vince le elezioni politiche contro socialisti e comunisti uniti. La Dc che vince le elezioni è il partito di Luigi Sturzo: decisiva l’azione carismatica di Pio XII, la grande capacità di creare militanza di Luigi Gedda vice presidente della Azione Cattolica, e, last but not least, la leadership politica di Alcide De Gasperi. Ma il seme da cui nasce la pianta democristiana è Sturzo. Prima di Sturzo, il movimento cattolico era diviso tra conservatori moderati e democratici, Sturzo diede a questa realtà culturalmente e socialmente vivissima, ma politicamente informe, una forma politica: e fu una forma cattolica liberale, fondata sulla libertà della famiglia, della scuola, degli enti locali, delle imprese, dei sindacati. Fu questa forma politica che divenne l’identità politica della Dc. Grazie a essa, il movimento cattolico ebbe una componente antifascista, che scelse la via dell’esilio e di cui furono espressione Donati e Ferrari, che in esilio morirono. De Gasperi ritenne essenziale per la Dc la collaborazione dei partiti laici democratici: i socialdemocratici, i liberali e i repubblicani. Vinte le elezioni del 18 aprile, De Gasperi non aprì la crisi del suo governo con i partiti di centro. La Dc che ebbe il consenso del popolo era l’erede del partito di don Sturzo. Don Sturzo venne definito da Piero Gobetti un “demiurgo” ed egli fu veramente l’inventore della Dc, una Dc in sintonia con la tradizione liberale e laica della cultura moderna italiana.

Vi era tuttavia nel mondo cattolico, una tradizione integrista, legata al fondatore dell’Università Cattolica, padre Agostino Gemelli, che, nel ’19, quando don Sturzo fondò il Partito popolare, si oppose, chiedendo la formazione di un partito cattolico. L’integrismo di Gemelli gli consentì di vivere bene nel ventennio e, sulla scia del suo integrismo, nacque la sinistra democristiana, di ispirazione socialista e non più liberale: da essa vengono Dossetti, Fanfani e La Pira. Un altro gruppo fu quello dei Laureati Cattolici, fondato da Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI: Montini seguì l’influenza di un filosofo francese, Jacques Maritain, allora su posizioni antiliberali sul piano economico. Da Montini deriva un altro esponente della sinistra democristiana, Aldo Moro. Furono essi ad assumere nel ’54 la dirigenza della Dc e a spostarla culturalmente da una posizione liberale in economia a una posizione socialista e statalista. In questo caso il comunismo veniva visto non come un avversario ma come un concorrente. Sturzo vide con grande chiarezza ciò che stava accadendo nella Dc. E anche prima del ’54, l’anno della devoluzione della Dc a Fanfani: scriveva Sturzo il 4 ottobre del ’51 (con De Gasperi al governo): “Mi si domanda perché continui a sostenere idee e ricordi di un liberalismo seppellito. Rispondo: il segreto della mia cam- pagna non è strettamente economico. Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato per tutta la vita per una libertà politica completa ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a gran passi in Italia, segnerà la perdita effettiva della libertà politica, anche se resteranno le forme elettive di un parlamento apparente che giorno per giorno segnerà la sua abdicazione di fronte alla burocrazia, ai sindacati e agli enti economici, che formeranno la struttura del nuovo Stato: ‘Che Dio disperda la profezia’. Dio non l’ha dispersa e ha così mostrato che Luigi Sturzo era un vero profeta. Ciò che egli disse quando la Dc non era ancora dominata dalla sinistra democristiana si è compiuto alla lettera, persino nei particolari.

Il ’60. Il partito dello statalismo alla guida della Dc. Governo Tambroni come espediente della sinistra morotea per impedire la rinascita di un governo di centro-destra I fatti di Genova del ’60 sono decisivi. In quell’anno finisce l’anticomunismo democristiano e inizia l’antifascismo di regime. È una data significativa nella storia della Repubblica. In sé l’episodio che determina il passaggio è un evento minore. Un esponente della sinistra democristiana, Fernando Tambroni, costituisce, per incarico personale del presidente della Repubblica, leader di una sinistra democristiana, Giovanni Gronchi, un governo monocolore democristiano appoggiato dal Msi. La ragione di questo singolare espediente nasce dal fatto che Moro non vuole che si ricostituisca la maggioranza di centrodestra (con liberali, monarchici e missini) del precedente governo di Antonio Segni. Ed è cosi che nasce il governo Dc-Msi. Nasce per impedire il centrodestra ed è una operazione tutta guidata da uomini di sinistra. Ma il congresso nazionale del Msi, che si tiene a Genova, è reso impossibile da manifestazioni promosse dalla sinistra, in cui la polizia viene disarmata. La sinistra insorge in tutta Italia, la polizia spara a Roma e a Reggio Emilia. Tambroni ha un sussulto di responsabilità e non si dimette. È cacciato dal governo. Poteva essere un episodio ed è invece un evento. Lo è perché, nel periodo che va dal ’54 al ’60, la Dc è diventata ben altra cosa dal partito che vinse le elezioni del ’48. La sinistra democristiana ha trasformato in pochi anni la Dc cattolico-liberale di De Gasperi in un partito filosocialista. E visti i rapporti di totale subalternità organizzativa del Psi al Pci, obiettivamente non più hostis del comunismo italiano. Sturzo, che muore nel ’59, aveva visto giusto. Il governo Fanfani, che succede a Tambroni, legittima la rivolta genovese e riconosce le sue ragioni: per Fanfani i comunisti avevano ragione e il governo monocolore democristiano era stato un pericolo per la democrazia. I sindacati divengono così i custodi della legittimità repubblicana. E quindi i comunisti. L’anticomunismo democristiano è finito. E nasce l’antifascismo di Stato. L’antifascismo diviene ora la vera norma base delle istituzioni e della politica italiana. Esso serve a creare un fronte di intesa politica che ha valore superiore alla distinzione tra democrazia e comunismo, tra Cattolicesimo e comunismo, tra maggioranza e opposizione. E la piazza ha ora acquisito il diritto di abbattere un governo. Da quel momento nasce in Italia la spirale della violenza. Segni, eletto Capo dello Stato con il voto determinante del Msi, prepara una sorta di controprogetto dello Stato alla piazza, il famoso Piano Solo. E di lì comincia la deviazione dei servizi segreti. E, poco dopo, per il clima di violenza che si instaura, dopo la bomba della Banca dell’Agricoltura a Milano (1969) nasce a sinistra il terrorismo, che è anche una risposta alla collocazione sempre più rilevante del Pci nel’ambito del governo. La tragedia degli anni ’70 inizia così.

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