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Storia di Teresio Olivelli, il primo partigiano (ed ex fascista militante) proclamato beato

gennaio 30, 2018 Rodolfo Casadei

Aderì al partito di Mussolini con l’intenzione di cristianizzarlo, poi se ne distaccò. Partì volontario per il fronte russo. Morì martire in un lager. Il 3 febbraio la beatificazione

«Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa, a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione. Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. (…) Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti. Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare. Se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità».

Comincia così La Preghiera del Ribelle, apparsa il 26 marzo 1944 sul quasi omonimo giornale clandestino partigiano (Il Ribelle) stampato in una tipografia di via Campania a Milano. L’autore di quel testo, che qualcuno ha definito la più alta espressione spirituale della Resistenza, sarà elevato all’onore degli altari il prossimo 3 febbraio, e diventerà il primo partigiano italiano canonizzato dalla Chiesa cattolica. Sarà probabilmente anche il primo beato ex fascista militante, perché Teresio Olivelli, la cui cerimonia di beatificazione si terrà sabato a Vigevano (la città dove ha risieduto la maggior parte della sua breve vita) è una di quelle personalità dell’Italia della prima metà del secolo scorso che oggi risultano quasi incomprensibili, esemplare di una umanità nobile estinta.

Il beato Olivelli è morto il 17 gennaio 1945 a 29 anni nel lager nazista di Hersbruck, vittima dell’ennesimo pestaggio per aver preso le difese di un altro prigioniero. La Chiesa lo ha canonizzato riconoscendolo “martire della carità” per le innumerevoli testimonianze di compagni in armi e compagni di prigionia che hanno raccontato dei suoi gesti di buon samaritano compiuti a rischio della vita durante la campagna di Russia (partì volontario negli alpini della Tridentina), nella clandestinità e nel campo di concentramento da cui non tornò vivo. L’Italia lo aveva già onorato con la medaglia d’oro al valor militare e la medaglia d’oro della Resistenza.

Ci sono voluti più di 70 anni per vedere riconosciuta la santità di quest’uomo, nonostante i sopravvissuti italiani di Hersbruck ripetessero a una sola voce: «È morto per noi! Era un santo». Probabilmente per il timore di una strumentalizzazione politica che nella sua figura avrebbe santificato tutta la Resistenza senza distinguo. O forse per la complessità della figura di Olivelli, vissuto in un tempo drammatico nel quale gli animi nobili e idealisti, che non potevano accontentarsi della mediocrità nella quale tanti trovavano riparo, erano chiamati a scelte cariche di rischi e passibili di critiche.

Giovane di Azione cattolica e poi della Fuci – capace di gesti di sfida come quello di portare il distintivo dell’Ac anche dopo che l’associazione era stata sciolta dal regime, e di gesti coraggiosi come quello di difendere uno studente ebreo al Collegio Ghislieri di Pavia dai bulli che lo avevano preso di mira –, Olivelli decise di aderire al fascismo con l’intenzione di cristianizzarlo. Fu sul punto di partire volontario per la guerra civile di Spagna, per combattere i “rossi” che stavano uccidendo centinaia di preti e suore. Fra il 1938 e il 1941 ha ruoli di rilievo come funzionario dell’Istituto nazionale di cultura fascista e dell’Ufficio legislativo del partito. Addirittura vince i Littorali della cultura a Trieste con una relazione sul Manifesto della Razza, dove con acrobazie intellettuali conciliava il razzismo fascista con la dottrina cattolica. Olivelli sostiene che l’idea fascista di razza è fondata sulla comune cultura di un gruppo umano, diversamente dall’idea nazista di razza imperniata sul fattore biologico, e che mentre certamente le diverse razze possono essere giudicate e criticate per le loro caratteristiche, le singole persone hanno comunque il diritto al massimo rispetto.

L’adesione di Olivelli al fascismo entra in crisi dopo la dichiarazione di guerra alla Francia nel giugno 1940 e il suo definitivo distacco morale dal fascismo avviene nella primavera del 1941. Nonostante questo decide di partire volontario con gli alpini per il fronte russo: «Non ho eroici furori. Solo desidero fondermi nella massa, in solidarietà col popolo che senza averlo deciso, combatte e soffre». E infatti di lui i compagni ricordano la dedizione ai feriti, per soccorrere i quali rischia più volte di essere catturato dal nemico. Dopo l’8 settembre 1943 viene arrestato dai tedeschi per non avere accettato di combattere con loro. Otto volte tenta di evadere, finché riesce nell’intento.

Ripara a Udine presso amici, e lì avrebbe potuto attendere come tanti “imboscati” la fine della guerra. Invece decide di unirsi alle brigate partigiane. Viene incaricato di tenere i collegamenti fra i partigiani di Brescia e di Cremona, e di sua iniziativa fonda il giornale clandestino Il Ribelle, sul quale fa pubblicare la famosa preghiera. Arrestato a Milano il 27 aprile, subisce torture a San Vittore fino all’8 giugno, ma non tradisce nessuno. Viene quindi trasferito in una serie di campi di concentramento: Rivoli, Gries (Bolzano) e infine Flossenbürg (in Baviera). Lì normalmente i detenuti più giovani e prestanti venivano selezionati e inviati alle miniere del campo satellite di Hersbruck: Olivelli si offre di partire con loro consapevole di ciò a cui andava incontro.

Si legge nella “positio” della causa di beatificazione: «Scelse di andare nel campo di eliminazione di Hersbruck, deciso ormai a seguire la volontà di Dio con una serenità che impressionò i suoi compagni di prigionia, i quali lo ritenevano un vero apostolo, una luce in mezzo a quelle fitte tenebre. Le testimonianze di 7 testimoni, compagni del Servo di Dio nel terribile campo, lasciano ammirati per la sua assimilazione a Cristo sofferente ed ostia. Dona cibo, letto, vestiti agli altri, aiuta come può i suoi fratelli e per questo viene colpito e offeso nel corpo, ma non nello spirito, dagli spietati aguzzini del campo. Fu la scelta della carità e dell’amore del prossimo fino all’eroismo che gli causò la morte; avrebbe potuto salvarsi se si fosse comportato come tanti, passando inosservato, ma non lo fece. Aiutò tutti fino alla fine e per questo fu odiato dai kapò, che lo sottoposero nel novembre del 1944 al pesantissimo lavoro delle miniere, con l’intento evidente di stremarlo. E vi riuscirono. Alla fine di quel mese i testimoni che lo videro lo trovarono uno scheletro ricoperto di piaghe; ma non poterono che rimarcare quello che fu sempre un raggio della sua anima: la limpida bellezza dei suoi occhi puri. Mentre cercava di aiutare un disgraziato comunista ucraino vittima degli aguzzini, uno di questi sferrò un calcio nello stomaco al Servo di Dio, pochi giorni dopo il Natale, e Teresio, già stremato, venne a morte, assistito da Giacomo Velardita, che poté testimoniare delle ultime preghiere e del felice transito di Olivelli il 17 gennaio 1945». Così pregava Teresio negli ultimi giorni: «Proteggi, o Signore, i miei cari, gli amici, i compagni di lotta, i nemici».

Uno degli uomini di Chiesa più colpito dalla vicenda umana e cristiana di Teresio Olivelli è stato il cardinale Attilio Nicora, che di lui così scrisse: «Quando avevo diciott’anni conobbi per la prima volta la Preghiera del ribelle, da lui vergata a Milano nel marzo del 1944 in una “catacomba della città” in vista della Pasqua di quell’anno; e ne fui subito scosso e conquistato. Troppo autentici i sentimenti, troppo denso l’umanesimo che sprigionava, troppo affascinante lo stile scarno e appassionato, troppo ardente la fede, teso l’impegno, invitta la speranza, perché un giovane non sentisse “vera” quella preghiera e non inclinasse d’istinto a farla propria. (…) Quella di Teresio fu indubbiamente un’umanità fuori dal comune, dotata di uno straordinario intreccio di doni: prestanza fisica, intelligenza vivida, coscienza limpida, volontà forte, inclinazione appassionata ad ogni intrapresa bella e buona, intuizione lirica, profondità riflessiva, altruismo incontenibile, irresistibile energia comunicativa. Nel suo testamento egli potrà scrivere: “Mossi impetuosa la vita”. E però subito aggiungendo: “Sugli abissi mi librò il Signore: dolcemente. Ho consumato il mio corso, ho conservato la fede, ho combattuto la buona battaglia. Se qualche incremento al Regno di Dio è venuto o verrà per opera mia la gioia sarà completa”».

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