Stefania Craxi: «Sono atea, ma combatto coi cattolici contro la dittatura relativista che lo Stato vuole imporre ai nostri figli»

«Siamo giunti alla negazione dell’ultimo limite umano, quello corporeo, in cui ciascuno deve essere riconosciuto per quel che sente, non importa se la realtà dice l’opposto». Intervista

«Sono una socialista riformista, sono atea, ma mi definisco cristiana. Oggi più che mai. Perché il cristianesimo non rappresenta solo il seme che ha fatto fiorire la nostra civiltà, ma l’ultimo baluardo della difesa dell’uomo». Stefania Craxi, presidente del movimento Riformisti Italiani, è convinta che occorra ingaggiare «una battaglia comune a laici e cattolici, per proteggere il cammino necessario alla realizzazione di ogni persona». Craxi, che da suo padre Bettino imparò a combattere in favore di uno Stato laico ma capace di rispettare l’identità del suo popolo, condanna «il laicismo che la cultura sessantottina impose al tessuto sociale con un’invasività senza precedenti».

Cosa pensa degli opuscoli dell’Unar?
I programmi scolastici propagandati dallo Stato e volti ad insegnare che non esiste l’uomo o la donna, le pubblicità, i programmi a favore dell’ideologia “gender”, rappresentano solo la fine della parabola del Sessantotto che dipinse la libertà come assenza da ogni legame: siamo giunti alla negazione dell’ultimo limite umano, quello corporeo, in cui ciascuno deve essere riconosciuto per quel che sente, non importa se la realtà dice l’opposto. Purtroppo accettare questo è accettare di incrementare l’infelicità che già ci affligge.

In che senso?
Se non rispettiamo i vincoli, come quelli naturali dell’essere uomini e donne, non ci realizziamo. La natura è uno strumento necessario all’uomo per svilupparsi. Si è madri o padri, non sono ruoli intercambiabili. Le altre sedicenti famiglie sono un artificio che per esistere deve ricorrere a terzi, mediante tecniche di laboratorio e uteri in affitto. Se lo Stato decide di privare il bambino di una delle due figure compie un’aberrazione: si devono rispetto e diritti a ogni persona, ma una democrazia reale deve domandare responsabilità, ossia tutela del diritto altrui, in questo caso quello dei bambini ad avere un padre e una madre. Altrimenti sposiamo un’ideologia. Non è giusto imporre a tutti i desideri dei più forti che contrastano con i diritti degli indifesi. In questo modo lo Stato rende l’egoismo, cioè la solitudine, legge. Da socialista riformista dico che un’istituzione che si voglia dire laica deve mettere la persona al centro. È una cosa che ho imparato da mio padre.

Suo padre disse che lo Stato laico doveva rispettare la cultura del suo popolo, cioè la religione cristiana.
E che doveva essere insegnata nelle scuole perché da lì è nata l’Italia. E questo non significa imporre nulla, se mai difendere i valori umani protetti dalla Chiesa.

Bettino Craxi si era battuto anche contro lo spaccio della droga. Un proibizionista?
Un liberale. Sa perché? Lui, prima di decidere, studiò e incontrò tantissime persone legate al dramma della droga, scoprendo che, pesante o leggera che sia, rappresenta una via verso l’infelicità. Un inganno da combattere per il bene di ogni essere umano e quindi di tutta la società. Ecco, questo è esattamente il contrario di quello che accede oggi: si parte dalle idee partorite dalla nostra fantasia, come quella di una famiglia senza vincoli, e le si sperimenta sulle persone, in questo caso i bambini, come fossero delle cavie. Vede, io penso che occorra difendere il diritto naturale. La Chiesa fa una cosa molto semplice, illumina la struttura della realtà. Ogni persona che usi la ragione, credente o non credente, capisce che, senza rispetto della natura, senza responsabilità nei rapporti, senza dipendenza dalla realtà, senza capacità di sacrificio, non si costruisce nulla di buono. Non si ottengono felicità, amore, rapporti veri né opere durature senza fatica.

Laici e cattolici riformisti cosa possono fare insieme?
È necessario respingere la dittatura relativista che lo Stato sta imponendo ai nostri figli, non si può più rimandare. Dobbiamo manifestare, parlare, scrivere e, sopratutto, educare all’importanza della responsabilità, al rapporto con l’autorità, al sacrificio. Per farlo occorre rimettersi davanti: sono necessari adulti che vivano quello che insegnano, perché i giovani oggi rischiano di pagare cara la nostra assenza.