Lo spettacolo del ragazzo Down che porta a Messa ogni domenica l’anziana madre malata di Alzheimer (a proposito di “diversità”)

Ci sono diversi più diversi degli altri? Noi siamo importanti e preziosi perché persone umane, prima che per gli aggettivi che la società ci incolla addosso

Da qualche mese a questa parte sono spettatore di un fatto che meriterebbe un grande scrittore o un grande regista cinematografico. Un ragazzo ormai quasi quarantenne, con i segni inconfondibili della sindrome di Down, tiene al braccio l’anziana madre ammalata di Alzheimer. Attraversano il paese e vanno a Messa, sempre sulla stessa panca. Questo ragazzo – le persone con questa sindrome restano meravigliosamente ragazzi per sempre – sono stato abituato a vederlo nel negozio di questa famiglia, amato, coinvolto in tutte le attività, travolto da una dolcezza senza smancerie da tutti.

È da un bel po’ di anni che i casi della vita mi hanno portato lontano. Ed ora vedo questo miracolo. Quella donna non ha una badante, un’infermiera (o forse sì, non intendo scoprire di più) ma di certo ha suo figlio.

Non ho nessuna voglia o intenzione di teorizzare l’opposizione all’orrore della pratica di selezione eugenetica dei bambini non ancora nati ma che si sa avranno un qualche cromosoma sbagliato. Non mi appello alla morale, ai diritti umani che dovrebbero valere dal momento in cui la scintilla della vita accade, ma alla convenienza umana.

Io vorrei essere quel ragazzo. O alternativamente quella vecchia mamma. Non credo esista niente di più pienamente umano.

Proprio mentre rivedevo in me questa camminata lenta di madre e figlio, come un incedere regale, mi è arrivato il messaggio di un’amica. «Oggi ho rivisto una famiglia che non vedevo da tempo. Hanno un bimbo disabile. La sua presenza in 15 anni ha trasformato la vita di tutti i componenti di questa famiglia. Davvero provvidenziale. Il padre, imprenditore, ha creato una scuola alberghiera “privata”, anche se non è la parola giusta, perché non c’è nulla di più pubblico, per tutti quei “ragazzi impossibili” che nessuna scuola vuole. Ha aperto a settembre. Gli alunni sono sette e sono felici di andare a scuola. C’è chi ha imparato a puntare la sveglia per non correre il rischio di perdere un minuto di questa scuola. L’amico cerca fondi perché le rette sono molto basse e non riescono a coprire i costi».

Mi fornisce anche il nome e il numero di telefono. Ma qui non li scrivo. Non si sa mai. Non vorrei che magari qualcuno dirigesse una manifestazione contro le “scuole private” da quelle parti, o si mettesse a controllare i centimetri di larghezza di tutte le porte pur di farla chiudere così da rispettare i diritti umani delle persone disabili a morire in casa e a essere trattate con condiscendenza.

A proposito di “diversità” sono stato aggredito come demente per aver domandato (in questo articolo, ndr) di non limitare la questione dei diritti civili e delle aggravanti per discriminazione ai soli Lgbt. Mi hanno accusato di aver strumentalizzato il caso di Napoli, dove un ragazzo è stato violentato e gonfiato d’aria compressa, a rischio di morirne, perché “diverso” in quanto grasso. Mi aspettavo che le organizzazioni apposite, e magari l’autore della legge sull’omofobia Scalfarotto allargasse la nozione di discriminazione sessuale.

In realtà ogni discriminazione – lo insegna Freud – è sessuale. La repulsione patologica e culturale hanno sempre origine lì. Anche la lipofobia, come il razzismo e il nazionalismo. Il dato sessuale è ciò che è stato posto in origine (vedi Genesi, ma anche vedi Il Simposio di Platone) per renderci bisognosi dell’altro. Odiare un omosessuale o un eterosessuale, un “ciccione” o un “ebreo”, un “musulmano” o un “cattolico” sprofondano nel peccato originale.

E allora perché, a legge Scalfarotto in vigore, se quel ragazzo di Napoli fosse stato aggredito perché omosessuale, la condanna avrebbe dovuto essere più pesante rispetto all’odio per l’obeso? Ci sono diversi più diversi degli altri? L’articolo 3 della Costituzione andrebbe a farsi friggere. Noi siamo importanti e preziosi perché persone umane, prima che per gli aggettivi che la società e la cultura dominante ci incollano addosso.