Spataro ricorda l’amico Falcone, il giudice che osteggiò per anni

Il procuratore, in prima fila alla commemorazione del giudice ucciso dalla mafia lo scorso 23 maggio, era tra gli aderenti al Movimento per la giustizia fondato da Falcone e fu tra coloro che non lo votarono all’elezione al Csm.

A distanza di vent’anni c’è un disagio ancora vivissimo. Nascosto, accuratamente, ma vivo tra i magistrati che osteggiarono per anni Giovanni Falcone, i «Giuda» di cui parlò anche Paolo Borsellino in un convegno del giugno ’92, poco prima di essere ucciso. Nemici in vita del magistrato palermitano, oggi convinti custodi della sua memoria. Solo che poi succedono episodi difficili da giustificare. Come il fatto, ad esempio, che nella grande commemorazione per la strage di Capaci che si è tenuta a Milano il 23 maggio, tra i primi oratori ci fosse il procuratore Armando Spataro. Lo stesso che, la sera dopo, è stato citato in un documentario dedicato a Falcone (a cura del programma tv La storia siamo noi) come una delle persone che aveva causato maggiore amarezza nel giudice prima che la mafia lo uccidesse. Per questo ora Spataro, nelle mailing list dei magistrati, cerca di arrampicarsi sugli specchi pur di difendersi.

Dietro i suoi celebri baffi, Falcone celava un grande senso dell’ironia, che gli permise di affrontare serenamente gli attacchi dei colleghi. Dopo il fallito attentato dell’Addaura, mentre molti mettevano in dubbio che la matrice fosse mafiosa, il magistrato palermitano si trovò a dire in tv: «Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e non l’hai fatta esplodere, la colpa è tua». Quello di Falcone è stato un percorso costellato di attacchi, anche verbali, ricevuti persino da amici e colleghi. Non fu solo il procuratore generale Pizzillo ad accusare Falcone nell’83 di «rovinare l’economia siciliana» con i suoi processi. Tutti ricordano che, un mese dopo le condanne del primo maxiprocesso a Cosa nostra, nel gennaio 1988, il Csm bocciò la nomina di Falcone a capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Il giudice ottimisticamente contava sull’appoggio dei colleghi di alcune correnti, i quali invece all’ultimo istante gli preferirono Antonino Meli. A La storia siamo noi Fernanda Contri, all’epoca componente del Csm, ha detto: «Ricordo che in quell’occasione Falcone disse: “Ma voi avete capito che il Csm mi ha consegnato alla mafia? Che quella sentenza di morte che i mafiosi hanno emesso ora sanno che la possono eseguire, perché neanche i magistrati mi vogliono”». Il magistrato Mario Almerighi ha ricordato: «Credo che gran parte di questo sentimento di astio che ha portato in tanti momenti Falcone all’isolamento, sia dovuto a questo sentimento diffuso tra gli uomini, e quindi anche tra i magistrati: l’invidia».

La trasmissione Rai ha chiesto ai componenti del Csm di quegli anni di spiegare perché votarono Meli, ma nessuno ha voluto rilasciare interviste. Ma la trasmissione tv ha anche il merito di riportare alla luce un altro episodio, di solito dimenticato. Dopo la nomina di Meli, Falcone si impegnò per la nascita di una nuova corrente, Movimento per la giustizia. Nel 1990, si consumò il nuovo tradimento: quando Falcone si candidò al Csm non venne eletto proprio perché mancò l’appoggio della sua stessa corrente. Tra i colleghi che ne facevano parte, anche il procuratore milanese Armando Spataro. Che prende pc e mail e scrive ai colleghi dicendosi amareggiato. Per spiegare la sua posizione, invia un estratto del suo libro del 2010, Ne valeva la pena, con le pagine dedicate proprio a Giovanni Falcone. “Non fu eletto – scrive Pomarici – nonostante si fosse impegnato nella campagna elettorale. Credo che, al di là delle eccellenti qualità degli altri eletti, anche la parte di magistratura che rappresentavamo dimostrò la falsità dell’assunto che chi si impegna strenuamente nel settore dell’antimafia, rischiando la pelle, diventa per ciò stesso popolare”. A distanza di 20 anni, a parte questa notazione generica, ai lettori non è dato sapere perché Spataro e i suoi non lo votarono malgrado l’impegno.

Non è finita qui. Nel 1991 Giovanni Falcone accettò l’incarico, ricevuto dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, di direttore generale degli Affari Penali. Fu in quel ruolo che il magistrato avviò tutte quelle riforme che diedero sostanziali colpi alla mafia dopo la sua morte: dal rafforzamento del 41 bis, alla creazione della Procura nazionale antimafia e della direzione investigativa antimafia. Ma all’epoca la scelta fu osteggiata con violenza: “Fu un’altra sua successiva delusione e anche io, in questo caso, contribuii alla sua amarezza – scrive Spataro -. Avremmo preferito che non avesse accettato quell’incarico. Gli scrissi una lunga lettera per spiegare le mie forti perplessità. E lui mi rispose mostrandomi amicizia e comprensione. Era come se mi avesse detto: “Capisco i vostri timori”». Peccato che invece il magistrato Almerighi ha raccontato a La Storia siamo noi che Falcone «era molto amareggiato perché molti avevano considerato questa sua scelta un tradimento». Sulla creazione della procura antimafia e sulla naturale decisione che fosse Falcone a dirigerla (decisione che fu molto osteggiata e che il Csm non deliberò prima della strage di Capaci), Almerighi ricorda: «Ricevette molte critiche. Ricordo quella di Armando Spataro che disse: “Ha fatto una ferraglia, e ora vuole guidarla lui”». Sottolinea il magistrato Alfredo Morvillo, cognato di Falcone: «Quello che mi colpisce ora è che di tutti i colleghi che lo hanno osteggiato, nessuno ha avuto il coraggio di riconoscere di aver fatto un errore». E purtroppo, il caso di Spataro è solo un esempio. Si potrebbero citare anche politici come Leoluca Orlando, che raccolse le firme per denunciare al Csm come Falcone «tenesse carte chiuse nei cassetti». La storia siamo noi ha riproposto uno spezzone di una puntata di Mixer del ’93, quando in studio era ospite il neo sindaco di Palermo e che ricevette in diretta una telefonata dalla sorella del giudice, Maria Falcone: «Perché ha deciso di infangare il nome e la dignità di mio fratello?». Orlando allora balbettò qualche scusa, ma sostanzialmente fece finta di nulla. Un po’ come questo 23 maggio, quando ha accolto la nave della legalità che approdava a Palermo: «Esprimo il mio rammarico umano per quell’incomprensione, ricordando il contesto di tensione in cui quel contrasto si è verificato, ma ribadendo che il compito del politico è diverso da quello del magistrato». Vent’anni di disagi e facce di tolla.