Somalia, la crisi dimenticata

Mentre il mondo segue col fiato sospeso l’andamento delle borse, in Somalia la crisi continua senza tregua. Lo stato africano è in enorme difficoltà e gli sciacalli sono in agguato, per togliere ai profughi anche quel po’ che gli resta. C’è bisogno di tutto, «soldi in primis, ma anche tende, materassi e non da ultimo personale educativo» spiega a Tempi Leo Capobianco, responsabile della ong Avsi in Kenya

A luglio l’attenzione su una delle più gravi crisi mondiali, quella somala, era già rivolta altrove. L’Occidente si stava infatti rendendo conto che la sua di crisi, iniziata nel 2008, non si era mai fermata. Anzi. Gli indici delle borse crollavano, i mercati finanziari tentennavano e gli spred annunciati dagli Stati si distanziavano sempre più dal loro titolo di riferimento. A inizio agosto poi la perdita della tripla A americana, per la prima volta nella storia declassata dall’agenzia di rating Standard&Poor’s, ha preoccupato anche l’Europa, già scossa dai giorni precedenti, quelli in cui gli States cercavano di evitare con fatica il default. Non a caso gli opinionisti di casa nostra sono ora tutti concentrati sulle possibili risoluzioni che i governi si apprestano a trovare a una recessione economica che spaventa i paesi coinvolti. Del disastro somalo, però, che pure continua a crescere e «capace di far impallidire quello europeo», come aveva già dichiarato il giornalista Padre Gheddo a Tempi, si parla sempre meno.

 

Leo Capobianco, responsabile della ong Avsi in Kenya, racconta che «Attualmente la situazione, sebbene gli aiuti siano iniziati ad arrivare, non sta affatto migliorando». Il problema è che pervengono aiuti difficili da gestire, come ad esempio il cibo. «Per questo – continua Capobianco – la situazione è stata presa in mano dalle ong che si occupano di vettovaglie, come la Fao, che controlla i viveri e quindi preferirebbe distribuirli direttamente da sé. Serve quindi anche altro. I soldi in primis, ma anche tende, materassi e non da ultimo personale educativo». Quello che sta accadendo, infatti, è che molti bambini nei campi rimangono inattivi tutto il giorno, diventando facili prede delle bande di sciacalli che li reclutano. «Ecco perché stiamo cercando di trattare con il ministero dell’istruzione kenyota, affinché dia una formazione a questi giovani. Solo ieri le altre ong, con cui abbiamo parlato, ci hanno confermato che sarà impossibile sostenere questa situazione nel lungo periodo». Come pensate di agire? «In un solo campo profughi abbiamo circa 450 mila persone. L’unica via è la stipulazione di accordi con i governi e i propri ministeri della Salute e dell’Istruzione. Bisogna insegnare a questa gente a studiare, ma anche a lavorare. Il problema, poi, è che i campi comincino a essere gestiti anche da chi dovrebbe farlo con noi. Mi riferisco all’Alto commissariato Onu». E se l’afflusso di 1000-1200 persone al giorno è costante, «l’attenzione sta calando comunque. Il mese scorso eravamo invasi da giornalisti. Ora si vedono solo i supervisori delle varie organizzazioni». Per quanto riguarda la notizia delle continue epidemie, invece, Capobianco non fa segreto dell’impossibilità di calcolarne l’estensione «perché nemmeno l’Alto Commissariato riesce a monitorare la situazione fino a questo punto».

 

Ci sono poi diversi aspetti dell’emergenza di cui i giornali internazionali non fanno menzione. «Mi riferisco agli sciacalli che stanno sul confine. Aspettano i pullman di profughi per derubarli del poco che hanno. Soprattutto attaccano gli autisti. Quattro giorni fa ne hanno ucciso uno. Pensavano avesse con sè circa 2 mila euro, quando in realtà ne aveva solo 100. Lo hanno freddato dandogli del bugiardo davanti a donne e bambini già stremati dalla carestia e dalla fuga. I racconti delle mamme e i loro figli sono allucinanti». La situazione politica, apparentemente migliorata, non ha posto alcun freno? «E’ quello che ci domandiamo tutti. Si dice che a Mogadisco le truppe del governo ufficiale, rinforzate da quelle dell’Unione Africana, abbiano indebolito i ribelli di Al Sahab, ma se così fosse perché rifiutano ancora che gli aiuti arrivino all’interno della Somalia? Perché il flusso dei profughi non diminuisce? Perché vogliono che i campi profughi siano allestiti dentro il loro paese? C’è chi dice che davvero le milizie estremiste si stiano sfaldando, ma questi interrogativi non ci permettono di scartare anche l’altra ipotesi. Che il ritiro dalla capitale somala sia una strategia dei terroristi per riunificarsi nelle periferie. I governi non possono che attendere per decidere come agire, ma nemmeno troppo. O perderemo milioni di vite».