Solo un po’ di bene gratuito può riscattare la brutalità dell’indifferenza generale

Tutti noi pensiamo – i cronisti per primi – che saremmo intervenuti senz’altro, fossimo stati su quel treno. Non ci credo. Si sono rotti i legami dentro il nostro popolo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non ritengo di essere molto originale ma sono lo stesso furente. Possibile che la politica sia così cieca? Mentre il mondo rotola nell’angoscia, vedi Aleppo, l’unica occupazione di governo e opposizioni è scornarsi sulla legge elettorale. Certo, le regole della democrazia sono importanti. Ma come dicevano i latini “primum vivere, deinde philosophari”. Prima vivere, poi discettare sul perché vivere. Non vivere solo noi, ma anche gli altri. Boris dice ancora: Aleppo!

Darsi colpi di spada o di fioretto, discutendo di proporzionale o maggioritario, tra l’altro a referendum pendente, è un esercizio di distrazione di massa, mentre brucia la casa. Anche casa nostra, l’Italia, le nostre città. Brucia in due sensi. Il primo è quello del disordine economico, del dissesto del mondo intorno a noi e tra noi, che ci fa essere destinatari di una immigrazione disperata, sospinta dalle guerre. Invece di dedicarci a trovare rimedi, rispettandosi tra loro, le forze politiche puntano a mettere in difficoltà il partito avversario, così da superarlo al prossimo referendum e alle successive elezioni. Una riproduzione contemporanea del motto “mors tua, vita mea”. Boris sostiene che questo proverbio odioso sempre, oggi andrebbe aggiornato: “Mors tua, mors mea”. Bisogna ribaltare il concetto: “Vita tua, vita mea”.

E qui siamo all’altro rogo che ci devasta. È quello morale. Il disastro non viene solo dall’esterno, dall’Isis o dalla crisi finanziaria mondiale o dalla turpe burocratizzazione dell’Europa germanica. Viene da dentro di noi. Qualcosa è crollato. Non so da quanti anni, ma adesso il fenomeno è visibilissimo. Mi riferisco a quanto accaduto sulla metropolitana di Roma pochi giorni fa. Un signore di 37 anni, visto che accanto a lui un tale aveva acceso una sigaretta, si è lamentato e gli ha chiesto di spegnerla. Come sia andata è noto. In due, spalleggiati anche da una ragazza, si sono avventati su chi esigeva un po’ di civiltà. La madre della vittima ha cercato di fermare i criminali, rimediando anche lei dei colpi. Infine quelli se ne sono andati come nulla fosse. Il trentasettenne è finito in ospedale con traumi gravissimi, la testa rotta, ci auguriamo se la cavi. Due degli aggressori sono stati catturati per via di telecamere. Ma la cosa più triste, se possibile, è che quelli intorno hanno guardato e non hanno fatto nulla, non hanno voluto rischiare un cazzotto immischiandosi negli affari degli altri.

La madre ne è stata sconvolta. I giornalisti anche. Il filmato della telecamera di servizio documenta la brutalità dell’aggressione e la brutalità dell’indifferenza. Il Papa definisce questo «il paganesimo dell’indifferenza». Ora tutti noi pensiamo – i cronisti specialmente – che saremmo intervenuti senz’altro, fossimo stati lì. Non ci credo. Si sono rotti i legami dentro il nostro popolo. Boris dice: in Italia persino più che nella sua Russia. Siamo solo individui sperduti, molecole vaganti, non più persone che vedono l’altro come prossimo. Normale in Italia, oramai.

La coscienza perturbata del comunista Guttuso
Che riscatto ci può essere? Un grande scrittore russo, Vasilij Grossman, ha scritto, durante gli orrori della Seconda Guerra, assistendo agli stermini di massa degli ebrei in Ucraina, che la crudeltà crea assuefazione, anche i mucchi di cadaveri non stupiscono più, li si scavalca pensando ad altro. Ma un gesto piccolo, gratuito di bontà meraviglia, sconvolge, cambia chi lo riceve e chi lo vede. Penso sia un esercizio da fare subito. Ricordiamoci l’ultima volta che ne abbiamo ricevuto o visto uno. Proviamo. Non è minimalismo. Oggi è massimalismo. È ridare speranza.

Non è un compito impossibile. Ho ricevuto un bel dono, il volume dedicato a Renato Guttuso da Crispino Valenziano (Lev). Il pittore siciliano era comunista, sempre perturbato da Cristo, dalla sua incarnazione, dalla Croce non fuori ma dentro la sua vita (“spes contra spem”). C’è nel volume la riproduzione anastatica di una sua lettera manoscritta al cardinal Pappalardo di Palermo (1984). Scrive Guttuso: «Lei sa quali siano i miei ideali e le mie speranze nei confronti di una organizzazione più giusta della società, ma sempre più mi accorgo, invecchiando, che le riforme debbono partire dall’interno della coscienza». Ma da soli non ce la si fa. Mi sa che Dio si è incarnato per questo… Spes contra spem.

Foto Ansa

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