Siria, non c’è solo l’Isis: il 60 per cento dei ribelli appoggia il terrorismo islamico

Secondo un nuovo studio della Fondazione di Tony Blair, anche la maggior parte dei pochi ribelli “laici” pur di vincere è disposta a sostenere i jihadisti

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Sconfiggere lo Stato islamico in Siria e Iraq è fondamentale, ma questo non porrà fine al jihadismo, né dal punto di vista ideologico, né da quello militare. In Siria, infatti, secondo un nuovo studio citato dal Telegraph, ci sono almeno 100 mila combattenti appartenenti a fazioni ribelli che, pur non appartenendo all’Isis, ne condividono ideologia ed obiettivi.

OLTRE IL 60 PER CENTO. Il Centro su religione e geopolitica, appartenente alla fondazione di Tony Blair, ha appena pubblicato un rapporto nel quale si sostiene che almeno il 60 per cento dei ribelli che combattono in Siria appartengono a gruppi con un’agenda islamista. Più della metà di questi sarebbero jihadisti salafiti, appartenenti a 15 fazioni tanto pericolose quanto l’Isis. Tra questi gruppi è citato anche Ahrar al-Sham, sostenuto e armato da Arabia Saudita e Turchia.

«ERRORE STRATEGICO». Per Ed Husain, tra gli autori del rapporto, «l’Isis rappresenta il prosieguo di un modo di pensare che è cominciato prima della sua esistenza e che continuerà quando saranno sconfitti. L’Occidente rischia di fare un errore strategico concentrandosi solo sull’Isis». Per questo, continua Husain, la battaglia è ideologica ancora prima che militare.

I RIBELLI “MODERATI”. L’Occidente e soprattutto gli Stati Uniti hanno sempre sbagliato tutto nell’approccio alla guerra in Siria, perché «i tentativi di dividere i ribelli in moderati ed estremisti era destinato a fallire, i ribelli stessi infatti non si distinguono tra loro in questo modo». I cosiddetti “moderati”, cioè laici, sarebbero meno di un quarto dei combattenti in Siria e la maggior parte di loro, comunque, accetterebbe per il dopo-Assad un governo islamista pur di vincere la guerra.

Foto Ansa/Ap


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