Sicilia laboratorio della scissione Pd

Dopo cinque anni abbracciato a Crocetta, il partito di Renzi qui non ha neanche bisogno di un D’Alema per disfarsi in mille fazioni. Una per ogni tornaconto

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Saro Crocetta, presidente della Regione siciliana, è un Re Mida al contrario: ogni cosa che tocca, sfascia. Le elezioni che non si faranno a Roma dovranno per forza farsi in Sicilia e il risultato è che dopo quattro anni e mezzo i sondaggi danno il Pd appena al 15 per cento, con un trend negativo che oscilla tra le imposture crocettiane dell’antimafia di facciata e i concretissimi assalti alla diligenza dei cacicchi locali. Rincula il renzismo in salsa sicula sotto i colpi dell’ascesa grillina forte di rilevazioni elettorali che misurano i consensi addirittura oltre il 35 per cento.

Presente in ogni Leopolda, accolto – anche in ragione della sua eccentricità arcobaleno – sotto l’ala protettiva di Matteo Renzi, Crocetta ha ridotto a poltiglia il Partito democratico. Del governo siciliano di “sinistra” con venature cuffariane rimangono infatti solo i cocci di un’irresistibile implosione della galassia centrista e democratica che nell’ottobre 2012 – con l’aiutino di Gianfranco Micciché, momentaneamente staccatosi da Silvio Berlusconi – aveva vinto le elezioni.

Il carosello delle convenienze
Una liquefazione, questa del Pd a Palermo, che precorre quella dell’intero partito a Roma, con le sue undici correnti, nell’isola trasfigurate in altrettanti partitini, gruppi parlamentari e listarelle fai-da-te. Come quella del governatore Crocetta col suo inseparabile Beppe Lumia, il potente senatore della commissione nazionale antimafia, oggi leader di un’improbabile “Riparte Sicilia”. “Sicilia Futura” si chiama invece la formazione dell’ex ministro delle Comunicazioni Totò Cardinale, assemblatore di una pattuglia di famelici parlamentari regionali. Senza dimenticare ciò che gemma dalle contorsioni degli ex Udc di Pier Ferdinando Casini e Gianpiero D’Alia, divenuti adesso “Centristi per l’Europa”, sostenitori dello sciagurato governo Crocetta ma anche pronti al divorzio al fianco delle frastagliate diversificazioni tra l’area dem e i renziani doc del sottosegretario Davide Faraone in eterna lite col governatore, ma forte di ben quattro assessorati che in Sicilia valgono quasi quanto un ministero.

È il carosello delle convenienze politiche che si regge aggrappato al redditizio meccanismo dell’Autonomia Speciale e che si beffa di un presidente ormai in balìa delle sue stesse contraddizioni. Il Pd con quel che resta del centrosinistra viene dato persino dietro a quel centrodestra ancora prigioniero dei fasti di un irripetibile 61 a 0, ma ora ringalluzzito dall’evenienza di celebrare primarie di coalizione per scegliere il candidato presidente.

Non basteranno le elezioni
Combattuto nel dilemma se inseguire gli ex Dc nelle eterne tattiche di posizionamento o liberarsi dell’ingombrante governatore, il Pd nell’isola paga lo scotto di un lunghissimo mortificante immobilismo politico che lo relega al crepuscolare ruolo di insignificante comparsa. Insomma – con rispetto parlando – è finita a schifìo.

In attesa dell’ormai incipiente post renzismo, il Pd si fa umiliare dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che pone condizioni persino per avere il sostegno di quel che resta della diaspora democratica. E non basteranno certo le elezioni ormai prossime per segnare una svolta degna di una terra affamata dai bisogni e affannata dalle emergenze. E così mentre Crocetta ha già fatto sapere che intende ricandidarsi contro tutto e tutti e forse anche contro il buon senso, nel sistema delle alleanze tutti avranno bisogno di un sostegno parlamentare a Palazzo dei Normanni per fare la maggioranza. Il M5S, secondo i sondaggi, parte in vantaggio tanto più con il pm Nino Di Matteo, vagheggiato come candidato vincente alla presidenza, ma per via di un sistema elettorale cinico e baro, anche i grillini dovranno accomodarsi semmai a un’alleanza post elettorale, proprio come a Roma.

C’è del marcio al Nazareno, figurarsi a Palazzo dei Normanni. In questa bagarre il Pd dell’isola si arrovella sui dubbi amletici dell’infausta posizione di partner di maggioranza relativa di un governo guidato da un presidente all’ultimo posto in Italia per il gradimento dei cittadini. Siamo all’epilogo della liquefazione del magnifico incubatore di classe dirigente che è stata in passato la sinistra in Sicilia, ora invece trascinata nel vuoto.

Al Nazareno prendano appunti
Neppure si celebrano più congressi o defatiganti direzioni di partito in Sicilia, solo ammiccamenti e ponderati salti della quaglia: oggi di qua, domani di là. I democratici siciliani e i satelliti neo-centristi sembrano destinati all’irrilevanza, dopo cinque anni di valzer di governo con Crocetta e prima ancora, altri due al confine della maggioranza con Raffaele Lombardo. Nulla a che vedere con l’immarcescibile propensione filogovernativa della vecchia Democrazia cristiana, come se dell’anima dc si fosse invece presa solo la specialità alle liti, alle infinite discussioni tra correnti.

Non c’è nessun D’Alema che minacci la scissione e da tempo tutti si muovono in ordine sparso: ognuno per sé nel luccicante mondo degli opportunismi e delle rendite di posizione. Vladimiro Crisafulli, additato come il più dalemiano tra i dalemiani, si lecca i baffi contemplando il disastro compiuto dai moralizzatori della legalità, giunti nella terra di Verre al seguito di Ernesto Carbone, il commissario spedito da Roma, luogotenente di Maria Elena Boschi ancor più che di Renzi.

In Sicilia la scissione non si annuncia più, si fa. La separazione si pratica, non si predica. Le porte girevoli del trasformismo della politica siciliana sono il costume che veste la democrazia, qualcosa in più di un’opzione politica. Per intuire come potrebbe andare a finire il Pd di Renzi, citofonare Sicilia: qui la politica ha ormai abbandonato anche le rituali liturgie delle appartenenze e corre sfrontata verso gli opportunismi di giornata.

Foto Ansa

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