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Sì, viaggiare. Consigli non richiesti per un centrodestra unito

giugno 22, 2017 Alessandro Giuli

“Uniti per vincere” è uno slogan tatticamente redditizio per gli imminenti ballottaggi, ma dovrebbe diventare un traguardo strategico in vista delle elezioni politiche

Guai a sprecare il piccolo capitale politico ottenuto con la doppia intervista Berlusconi/Meloni che trovate oggi su Tempi in edicola, e che nella sostanza il Cav. ha ribadito ieri seri sul divanetto di Porta a Porta. “Uniti per vincere” – da Forza Italia alla Lega passando per Fratelli d’Italia e le realtà del civismo liberale – è uno slogan tatticamente redditizio per gli imminenti ballottaggi, che s’annunciano favorevoli al centrodestra; ma può, anzi dovrebbe diventare un traguardo strategico in vista delle elezioni politiche.

Di là dal bisogno di aggirare ostacoli caratteriali e piccoli calcoli di bottega, gli attori sulla scena sanno bene che l’elettorato nazional-conservatore tende a mobilitarsi per lo più quando intravede un successo alla propria portata, ovvero un incubo alle porte peggiore da scongiurare. Il fronte dello ius soli, che va da Boldrini ai centristi passando per il Pd e comprendendo spezzoni residuali del prodismo, dovrebbe bastare come spettro per ridestare e galvanizzare le energie contrarie allo sradicamento. Quale che sia la legge elettorale con la quale si voterà l’anno prossimo, mezzo necessario ma non sufficiente a definire una prospettiva comune, logica vuole che ci si predisponga all’unità fissando pochi ma sentiti punti di programma. E su questo tema il centrodestra parte avvantaggiato rispetto ai suoi avversari divisi e ondeggianti tra rancori eterni (D’Alema e soci) e infantili ansie di rivalsa (Renzi). Berlusconi ha mostrato una disponibilità non scontata, riconoscendo a Giorgia Meloni una leadership di destra paragonabile a quella un tempo rappresentata, e poi miseramente dilapidata, da Gianfranco Fini. Non è un ingenuo, il Cav., elogia Giorgia per isolare Matteo Salvini e ricondurlo più mansueto in un’orbita di coalizione. A sua volta Meloni sta al gioco, e fa bene: l’ingresso nell’età matura della politica prevede che si faccia finta d’aver dimenticato torti e sgambetti reciproci grandi minacce e piccole vendette.

berlusconi-meloni-tempi-copertinaOccorre tuttavia uno sforzo maggiore. Berlusconi ha il dovere, e la convenienza, di mantenere uno spiraglio aperto per i neo e paleocentristi abbandonati da Renzi al loro destino di collabò. Non importa nemmeno con quale formula, se l’interesse è davvero quello di controbilanciare il lepenismo con una dose di realismo europeo. La Meloni deve invece fare i conti con la destra che sta alla sua destra: per quanto pulviscolare possa apparire, il blocco sociale romano (Alemanno e Storace) avrà il suo peso nel momento in cui (direi presto, a giudicare dalle aspettative di sopravvivenza politica di Virginia Raggi) bisognerà occuparsi di centrare per la seconda volta l’obiettivo-Campidoglio. Occasione da non sprecare. E dopotutto soltanto Giorgia M. sembra in grado di “rimettere a sistema” in forma rinnovata (anche nei volti!) quegli spezzoni di An rimasti fuori da Forza Italia e assiepati sul cratere della Fondazione omonima. Vasto programma, ma non più rinviabile.

Su tutto il ragionamento fin qui esposto grava l’incognita del che fare a urne chiuse, una volta che dovesse emergere una mancata autosufficienza di questo e quello schieramento. E qui si annidano sospetti e retropensieri. Grande coalizione? Governo tecnico? Commissariamento? Puerilità. In un centrodestra consapevole, si mette subito a tema ogni faccia del problema e ogni plausibile soluzione. Il dopo Renzi è già iniziato, a sinistra. Il dopo Grillo emette i primi vagiti. La dittatura commissaria vidimata da Bruxelles, genere Mario Monti, ha già fallito. Si tratterebbe di scegliere se dividersi e lasciare l’iniziativa ai post renziani (Gentiloni, Franceschini o chi per loro), facendosi imporre un nome e uno schema; ovvero restare uniti e acconciarsi sin da subito a una proposta che spariglia (non Mario Draghi, evidentemente) sulla quale magnetizzare un consenso obbligato da diverse latitudini. Al che sarebbero i potentati europei, da Parigi a Berlino e Francoforte, a farsi garanti del progetto. Ma certe cose si fanno e non si dicono, figurarsi alla vigilia dei ballottaggi.

Foto Ansa

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