Si dimetta Conte, non Siri

Il presidente del Consiglio invita il sottosegretario a dimettersi in un discorso pieno di ipocrisie. La politica si genuflette davanti alla magistratura (un’altra volta)

La conferenza stampa con cui ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato la «proposta di revoca» del sottosegretario Armando Siri è un capolavoro di ipocrisia grillina. Anche un piccolo caso di studio, se vogliamo, dell’aurea regola logica secondo cui da premesse sbagliate non possono che discendere conseguenze erronee.

Il caso Siri

Il caso in questione è quello del sottosegretario leghista al ministero dei Trasporti, al centro di un’inchiesta su una presunta tangente di 30 mila euro che sarebbero stati promessi a Siri da un imprenditore dell’eolico, Paolo Arata, per promuovere alcuni emendamenti nella legge di Bilancio. Questi, in breve, i termini della questione che, more solito, sono stati ampiamente raccontati dai giornali in questi giorni. Prima di analizzare le parole di Conte, è necessario notare che: 1) la frase che incastrerebbe il senatore leghista è pronunciata in un dialogo telefonico tra Arata e il figlio Francesco; 2) non è chiaro se i due parlino effettivamente di una somma data o promessa a Siri; 3) non è chiaro se tale somma sia stata data o promessa a Siri.

Si tratta di una intercettazione

A queste osservazioni ne vanno aggiunte altre: poiché la frase è stata captata da un’intercettazione, va sempre ricordato che l’intercettazione è uno strumento per la ricerca di prove, non è una “prova”. In altri termini: al momento noi sappiamo solo che un imprenditore in un dialogo telefonico con il figlio parla (forse) di un sottosegretario a cui (forse) vuole dare dei soldi per promuovere degli emendamenti. Se questa è l’unica “prova” a carico di Siri, il sottosegretario non sarà mai condannato.

E le pressioni M5s sull’eolico?

Siri si dichiara innocente, dice di non aver mai ottenuto né denaro né promesse di denaro da parte di Arata, ma solo sollecitazioni che poi, come da lui stesso dichiarato, ha «passato agli uffici» competenti per valutarne la fattibilità. «Io non ho mai telefonato a nessuno per caldeggiare niente», ha detto al Corriere della Sera. Tra l’altro, tali emendamenti non sono nemmeno passati e soprattutto, come ha notato il Foglio,

«prevedevano l’estensione della concessione degli incentivi per gli impianti eolici. Misure di per sé difficilmente contestabili, visto che il contratto di governo siglato tra Lega e M5s prevede proprio il rafforzamento della produzione di energia rinnovabile. Gli emendamenti furono poi stralciati, con i grillini che accusarono i leghisti di realizzare una “sanatoria”. Eppure, come ha notato su questo giornale Valerio Valentini, mentre quei provvedimenti venivano cassati, il M5s presentava in Parlamento emendamenti ancor più generosi per le imprese del settore delle rinnovabili (poi a loro volta stralciati)».

Il voto per le Europee

È palese che, stando ai fatti conosciuti, contro Siri c’è ben poco (e se c’è qualcosa, esso andrà valutato in un processo, non in base alle carte dell’accusa). È altrettanto chiaro che il sottosegretario è il capro espiatorio scelto dal M5s per recuperare consensi sulla Lega in vista del voto per le Europee. Siri ha chiesto di essere ascoltato dagli inquirenti per chiarire la sua posizione e «qualora ciò non dovesse accadere entro 15 giorni – ha dichiarato – sarò il primo a voler fare un passo indietro, rimettendo il mio mandato».

Approccio garantista

Arriviamo dunque alla conferenza stampa con cui ieri il presidente Conte ha detto di voler “licenziare” Siri. Conte, che è pure avvocato, si comporta come un giudice nel momento della pronuncia del verdetto. Certo, ci fa la supercazzola sulla vicinanza umana a Siri, sul giustizialismo, sul fatto che un «avviso di garanzia non è una macchia che impedisce a un politico di proseguire il suo mandato», sugli organi di informazione che non devono alimentare la «gogna mediatica» (ah! ah!), sulla «civiltà giuridica della presunzione di innocenza» (ah! ah! bis), con l’invito ai cinquestelle a non «approfittare» della situazione (apoteosi). Tutte parole, di fronte all’assurdità di questa frase con cui definisce sbagliato «l’approccio garantista»:

«secondo cui dovrebbe valere il principio di presunzione di innocenza, anche per chi riveste funzioni pubbliche, con la conseguenza che addirittura una sentenza passata in giudicato potrebbe giustificare l’interruzione dell’incarico».

«Dovrebbe»? Il neretto nella citazione l’abbiamo aggiunto noi per rendere evidente la concezione grillina di giustizia. Una concezione, si badi bene, che non ha niente a che fare con quanto previsto dalle nostre leggi che, come tutti sanno, assicurano la presunzione di innocenza per tutti fino al terzo grado di giudizio. La prevedono per tutti i cittadini, persino (ironia) per i politici. Perché un avvocato come Conte finge di non saperlo?

Stato oscurantista e giustizialista

Nel suo ragionamento, Conte poi passa a elencare i motivi per cui, a suo parere, Siri non deve essere più sottosegretario (e chi ha pazienza può guardarsi il video in pagina), ma sempre secondo una logica, di fatto, giustizialista che si nasconde sotto il mantello della finta trasparenza e legalità.

Come ha scritto oggi sul Giornale Alessandro Sallusti,

«Qui non stiamo parlando del destino di un uomo, Armando Siri, del quale probabilmente – lo dico con rispetto – non sentiremo la mancanza. In gioco c’è molto di più, cioè la differenza tra uno Stato liberale e garantista (con tutti) e uno oscurantista e giustizialista».

L’autonomia del potere politico

Il punto, infatti, ancora una volta, è che la politica si genuflette di fronte alla magistratura. Anzi, addirittura, come fa Conte, rivendicando la propria autonomia di giudizio, non fa altro che assumere quella della magistratura inquirente (sempre ben accompagnata dai giornali).

Noi non siamo né leghisti né grillini, ma è chiaro che le dimissioni di Siri sarebbero l’ennesimo segno di un potere politico che capitola davanti al circo mediatico-giudiziario. E se un presidente del Consiglio non è in grado di difendere l’autonomia del potere che è stato chiamato a rappresentare, è lui – e non il sottosegretario – a doversi dimettere.