Memoria popolare
Seveso ’77, dopo la diossina arriva pure la «strategia della tensione anticattolica»
Quella che segue è la terza e ultima parte della nostra serie dedicata al 50esimo anniversario del disastro di Seveso, un racconto della mobilitazione del mondo cattolico – e in particolare del Movimento Popolare – davanti a quei fatti attraverso alcuni estratti dal libro “Seveso 1976. Oltre la diossina” di Federico Robbe (Itaca 2016). I titoletti tra i paragrafi sono aggiunti dalla redazione. La prima puntata della serie è in questa pagina, la seconda è disponibile qui.
* * *
Se l’estate è problematica per gli adulti (disorientamento, sfollati, artigiani che non lavorano, turisti respinti negli alberghi) lo è ancor di più per i bambini che vanno allontanati. Oltretutto sono migliaia, quindi implicano uno sforzo organizzativo e logistico straordinario. Ci sono circa 1.900 minori a Seveso, di cui 277 provenienti dalle zone A e B, e i restanti dalla zona di rispetto; 800 a Meda, di cui 13 nella zona A; 3.870 a Cesano Maderno, di cui 595 nella zona B, e 1.200 a Desio, di cui 303 nella zona B.
«Ricordo grandi feste e un modo bello di stare insieme»
Rocca [il sindaco di Seveso, ndr] in prima persona si pone il problema di come e con chi organizzare il tutto. «Allora», spiega Bertoglio, «non c’era il mondo delle cooperative strutturato come adesso. E anche in questa occasione il sindaco ha agito in maniera realistica, partendo dal fatto che c’era la “Scuola di unità” all’oratorio. Durante l’estate gestivamo da anni 2-300 bambini dalla mattina alla sera […]. A questo punto il sindaco, di fronte all’emergenza e sapendo di queste risorse, si è chiesto se non fosse il caso di pubblicare un bando per i centri diurni, mettendosi in un atteggiamento di verifica e di controllo. L’ente pubblico avrebbe dato l’incarico, e poi l’avrebbe realizzato chi era in grado di farlo. C’è stata quindi una rinuncia del Comune a gestirlo in proprio e una delega ad altri, che già facevano cose simili all’oratorio. Il Comune ovviamente verificava lo svolgimento delle attività. Fu comunque un bell’esempio di applicazione del principio di sussidiarietà molto apprezzato da tutti, soprattutto dalle famiglie interessate».
Tra le varie associazioni si presenta anche l’Ufficio decanale, che risulta vincitore e può organizzare i centri, su base interamente volontaria, in luoghi lontani dall’area contaminata. Accanto a queste proposte ci sono quelle dell’amministrazione provinciale di Milano e di altri Comuni, che però non bastano e non convincono molte famiglie della zona. Tramite l’Udac vengono predisposte attività diurne ad Anzano del Parco (Co), a Monza, a Besana Brianza (Mb) e a Bosisio Parini (Lc). Ricorda Isa Fumagalli: «Questi centri erano proprio belli: arrivavano ragazzi universitari da tutta la Brianza ad aiutare; c’erano più mamme a casa perché c’era meno gente che lavorava; tante madri di famiglia collaboravano, cucinavano, preparavano i giochi. Sono stati anni di grandissima ricchezza. Ricordo delle grandi feste e un modo bello di stare insieme».

Quei giornalisti a caccia di «consensi sull’aborto»
E per i piccoli degli sfollati? Ad Assago, dove ci sono la maggioranza degli “esuli”, il panorama è piuttosto desolante. Un grande motel, sicuramente confortevole ma isolato e privo di aree di gioco, è poco adatto ad accogliere famiglie con bambini. […] Per rendere più bella la loro permanenza, alcuni giovani del centro decanale pensano di contattare la parrocchia di Romano Banco, paesino non lontano da Assago. In fondo basta poco per fare divertire i bambini. Basta trovare un ambiente adatto, come il vicino oratorio, e coinvolgere insegnanti e studenti sul posto, così da aiutare i 5-6 volontari a gestire la cosa al meglio.
Un altro dei volontari che riusciamo a rintracciare ricorda tutto con naturalezza: «Il problema era molto semplice, era rispondere a un bisogno. Non tanto per far vedere che noi eravamo più bravi, ma perché c’erano persone che erano andate via da casa e avevano bisogno che qualcuno stesse loro vicino. Tutto qui. Era soprattutto un aiuto ai bambini e ai ragazzi che erano lì, che alla fine erano i più spaesati. Andavamo all’oratorio di Romano Banco e si trattava di fare compagnia, aiutarli a non sentirsi soli. Anche perché il motel Agip di Assago è un grande palazzone in mezzo al nulla, tra l’autostrada e il benzinaio. Pensare che dei bambini dovessero passarci tutto il giorno era una cosa assurda. Tutto si è svolto nella massima normalità e tutto è nato da una passione per l’altro. “Qualcuno ha bisogno? Allora andiamo”, dicevamo tra noi».
E gli sfollati avevano bisogno eccome. Una di loro conferma che i giornalisti raccoglievano opinioni per poi stravolgerle: «Ti intervistavano e poi il giorno dopo leggevi cose totalmente diverse. Tutto ruotava sempre attorno alla ricerca di consensi sull’aborto. Solo quello. […] È stata una cosa tremenda. L’unico momento di pace era la messa domenicale e quando si andava fuori con i bambini nelle cascine vicine. L’aiuto lo abbiamo avuto solo dai ciellini, questo è sicuro». […]
I primi “figli della diossina”
Nel febbraio 1977, pochi giorni dopo il ritorno dei militari, in una lunga intervista concessa a Giampaolo Pansa, il sindaco Rocca dice che la Roche è «una forza potente» ancora attiva a Seveso. Pur senza averne le prove, sospetta che le tendenze minimizzatrici sugli effetti della diossina provengano proprio dalla multinazionale interessata ad attenuare la richiesta di danni. I cattolici invece vengono sempre difesi. Alla domanda del giornalista sul «partito della consolazione» che ha contribuito alla «smobilitazione psicologica della gente di Seveso», Rocca reagisce. Non ci sta, e non crede che le cose stiano così: «Cl ha fatto da grosso supporto all’assistenza, ha combattuto la sua battaglia contro l’aborto come reazione alle tesi abortiste. Ma non ha mai minimizzato la pericolosità della diossina: anzi, l’ha messa in risalto. […] Da una parte c’è per noi un interesse quasi morboso, perché Seveso è un campanello di allarme che ha suonato per tutto il mondo. Dall’altra noi ci sentiamo fuori, isolati da tutto».
Lo stato di “infatuazione” sull’aborto è stato evidentissimo nei mezzi di comunicazione, ma tutto sommato contenuto sul territorio. Da agosto a dicembre 1976 abortiscono 42 donne. Le altre gestanti, oltre un migliaio, decidono di attendere con fiducia il normale decorso della gravidanza. Arriva così il tanto atteso momento del parto: siamo tra gennaio e febbraio 1977 quando nascono i primi “figli della diossina”, come vengono sinistramente definiti. E fortunatamente godono tutti di ottima salute. Tutti. Come già avevano mostrato le strazianti analisi sui feti abortiti nei mesi precedenti, non c’è traccia di alcuna malformazione. […]

Una storia (anche) di violenza
Nel 1986 vengono inflitte le prime condanne penali. E il direttore di produzione dell’Icmesa, il dottor Paolo Paoletti? Come mai non è tra gli imputati, lui che aveva ammesso candidamente di non sapere perché fosse saltata la valvola di sicurezza? Com’è possibile? Quella di non presentarsi non fu una scelta. Era stato freddato davanti al cancello di casa da un commando di Prima Linea, il 5 febbraio 1980. Perché la storia di Seveso e della diossina è anche una storia di violenza. […]
A essere colpito è anche il centro di via Arese [l’Udac, l’Ufficio decanale, ndr], dove vengono lanciate due bombe molotov nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 1977. Se ne accorgono alcuni passanti la mattina di domenica 30, quando c’è ancora puzza di bruciato. Notano i vetri a terra e la porta danneggiata, poi corrono ad avvisare il prevosto, don Castiglioni. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, gli attentatori hanno preso a sassate la porta dell’Udac, per poi gettare due ordigni rudimentali all’interno del salone. Solo uno dei due esplode, mentre l’altro rotola sul pavimento senza fare danni. La molotov che scoppia provoca un principio di incendio, prendono fuoco due divani e qualche sedia. Tutto sommato è andata bene.
Ma chi era il colpevole? Le indagini non portano a nulla. I principali indiziati sono quelli di Democrazia proletaria. Oppure i giovani del Vicolo, che si ritrovavano in un vecchio edificio a pochi passi dal centro decanale. Nessuno rivendicherà il gesto. Non sapremo mai chi è stato. Probabilmente qualcuno venuto da fuori, gente senza scrupoli decisa a strumentalizzare il caso diossina. Resta un fatto grave che alza la tensione. Tra gli altri, il Partito comunista locale condanna il gesto di intimidazione, mentre non fanno altrettanto diversi gruppuscoli di sinistra.
Chiesa e Cl sotto attacco
Nel ciclostilato fatto circolare nei giorni successivi, i gruppi di Comunione e Liberazione della Brianza scrivono che l’attentato era «l’ultimo, magari grossolano segno di un fatto che ormai dovrebbe essere evidente per tutti: la Chiesa è stata ed è attaccata a Seveso perché è stata ed è attaccata in tutta la società italiana». Questo avviene perché «l’esperienza viva della fede è capace di essere presente». Ma episodi del genere sono così numerosi che «possiamo rischiare di abituarci», prosegue il volantino. Perciò «occorre che noi cristiani salvaguardiamo la nostra libertà di espressione e di azione, attraverso una testimonianza chiara e decisa di quello che siamo».
In effetti il movimento è sotto attacco in tutta Italia: la serie di attentati è interminabile e Comunione e Liberazione nel corso del 1976 dirama vari comunicati stampa in cui denuncia una «strategia della tensione anticattolica». Nell’ottobre di quell’anno gli Autonomi lanciano ventuno bombe molotov contro i locali di Cl della parrocchia di Santa Maria al Paradiso, a Milano. E lo stesso clima si respira a Roma, Firenze, Torino, Bologna e in molte altre città d’Italia.
Un comunicato del 18 ottobre 1977 parlerà di «centoventi aggressioni subìte negli ultimi dodici mesi». Come ha osservato monsignor Massimo Camisasca, le ragioni di questa violenza derivavano in parte dallo stesso fenomeno rivoluzionario, intrinsecamente votato alla lotta armata, in parte dall’«irriducibilità ad ogni progetto omologante» di Cl, che «diventò l’oggetto di una attenzione particolare proprio per la particolare pretesa che avanzava. Cl parlava di un’esperienza che riguardava la vita terrena, non solo l’aldilà. Per questo entrò in rotta di collisione con la speranza rivoluzionaria».
(3. fine)
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!