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«Serve una presenza cattolica in politica»

marzo 20, 2018 Emanuele Boffi

L’irrilevanza, il Vangelo di Salvini e la comunione di Di Maio. Il presidente di Mcl, Carlo Costalli, a tutto campo sull’esito del voto del 4 marzo

Qual è la casa politica dei cattolici? È la domanda che rivolgiamo a Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori, da sempre preoccupato che la presenza di laici cristiani impegnati nell’agone pubblico non si riduca al lumicino, ma sia, al contrario, espressione di comunità vive che, sulla scorta del magistero della Chiesa, incidano nella società. Però, a conti fatti, questa presenza cattolica, come s’è visto nelle elezioni del 4 marzo, c’è ancora? È ancora viva, interessante? «Il problema – spiega Costalli a tempi.it – è che dobbiamo essere consapevoli che i cattolici, ormai da tempo, non sanno più elaborare una proposta politica coerente e unitaria. Pensi solo all’ultima tornata elettorale, a parte il documento Esserci-Mcl, lei ne ha in mente altri in cui associazioni di orientamento cattolico hanno preso una posizione chiara sul voto?». No. «Ecco, appunto. Qui è il problema. Il problema è che i cattolici non vogliono che la loro fede, la loro storia, la loro cultura si esprimano in politica. Non interessa loro? Non è importante? È, innanzitutto, secondo me, un problema di volontà e, di conseguenza, di unità».

ELETTORI CONSUMATORI. Nel mondo cattolico esistono diverse sensibilità, diverse storie, diversi orientamenti, non è facile metterli assieme. «Concordo – risponde Costalli –, ma qui ormai non ci si pone neppure più il problema. Non c’è nemmeno più il tentativo di “cercarla” questa unità. Ho letto l’intervista di Andrea Riccardi all’Espresso; ecco, Riccardi è esattamente espressione di questo “non tentativo”, addirittura teorizzato. Con poi, e qui c’è il paradosso che rivela il retropensiero del fondatore di Sant’Egidio, il lamento perché i cattolici non hanno votato i partiti favorevoli allo Ius soli». Questo mondo cattolico «è malato di autoreferenzialità. Si è adeguato a un clima che tratta la politica come un supermercato, dove si sceglie il prodotto che offre il miglior equilibrio tra qualità e prezzo. Più che elettori, siamo consumatori: soppesiamo i prodotti e scegliamo d’istinto quei partiti che, istintivamente, ci convincono di più. La scelta non è dettata da criteri, da una storia, da una tradizione, da convinzioni. È emotiva, segue l’onda del momento. E così, i partiti che sono percepiti come “vecchi”, che non hanno saputo intercettare il vento che spirava nel paese, che non hanno saputo cambiare la classe dirigente e che sono parsi più titubanti su questioni come il lavoro o l’immigrazione, sono risultati perdenti alle urne».

SCUOLE DI POLITICA. Se questa è l’analisi, la domanda è spontanea: che fare? «Gli amici, scherzando, mi dicono che sono “l’ultimo dei mohicani”, perché ancora credo nella necessità di una presenza di cattolici in politica. Ma io ci credo in base a un fermento, a una vivacità che vedo ancora esprimersi in certe associazioni, in certi circoli, in certi oratori, in alcuni enti di volontariato. Sto parlando dei famosi corpi intermedi, che vanno difesi e valorizzati. Non tutti, eh! Ve ne sono alcuni fermi agli anni Quaranta, ma esistono anche tante esperienze che vedo crescere in tutti Italia che sono segno di una vita che sarebbe un peccato relegare a piccoli ambiti. C’è bisogno che queste esperienze trovino uno sbocco pubblico perché il bene che fanno diventi un bene per tutti». La ricetta, secondo Costalli, «è che le comunità intermedie tornino a essere protagoniste». D’accordo, ma come? Oggi, più o meno tutti riconoscono loro una funzione sociale; però, quando si tratta di riconoscere loro una funzione politica, iniziano le diffidenze e i guai. Non dovrebbero essere loro, in primis, ad occuparsi della formazione di una classe dirigente? Una volta si chiamavano “scuole di politica”. «Lei sfonda porte aperte. Dobbiamo insistere sulla formazione, dobbiamo lavorare sui territori, dobbiamo creare una rappresentanza».

VESCOVI ASSENTI. E la gerarchia della Chiesa, che cosa può fare? «Ah, guardi, a parte qualche luminoso esempio – penso a quel gigante del cardinale Sepe a Napoli – constato una grande assenza. Unico criterio sembra ormai essere l’accoglienza degli immigrati. È un tema che non sottovaluto, per carità (io stesso sto organizzando un convegno proprio su questo), ma non penso possa essere l’unico. Ne esistono molti altri, a partire dai valori non negoziabili, dal lavoro (il successo dei cinquestelle lei come se lo spiega?) o della sicurezza (il successo della Lega, idem), soprattutto mancano indicazioni che, a partire da una prospettiva di fede, tengano conto di tanti fattori, non di uno solo».

SALVINI E DI MAIO. Che impressioni le hanno fatto Matteo Salvini che giura sul Vangelo o Luigi Di Maio che fa la comunione a Napoli nel giorno del miracolo di San Gennaro? «Non mi sono scandalizzato e non li criminalizzo. Da un certo punto di vista, almeno hanno segnalato un’attenzione all’elettorato cattolico. Il problema più che loro, mi pare nostro. E cioè che dovremmo essere noi cattolici a far notare loro che, dopo gesti di questo tipo, poi devono mostrare una certa coerenza anche su altre scelte. Penso all’eutanasia e alle unioni civili, ad esempio».

Foto Ansa

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