Senza la coscienza dell’io è impensabile la lotta per preservare la natura

Nei giorni del Sinodo dell’Amazzonia, riprendiamo coscienza che noi siamo un “dono”. Solo così può esistere la coscienza di curare ciò che c’è intorno

Il prossimo sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, che avrà luogo a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019, ha come tema “Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Esaminerà aspetti molto importanti per «tutte le persone che abitano questo pianeta», come ha scritto papa Francesco nell’introduzione alla sua enciclica Laudato si’ [LS].

Senza dubbio si tratta di un tema che non passa inosservato, soprattutto in questi giorni, nei quali gli incendi forestali hanno allarmato tutto il mondo; ma soprattutto qui in questa regione sudamericana che è considerata un “santuario della natura” per l’abbondante vegetazione che la circonda. La preoccupazione per il futuro del nostro mondo sorge al vedere gli interventi eccessivi dell’uomo ed il danno prodotto da questi alle risorse naturali, sempre più scarse.

Questa relazione tra l’uomo e la natura ci porta all’origine stessa della Creazione. «Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,12.18.21.25). La storia biblica dell’origine del mondo e dell’umanità ci dice che Dio, nel suo infinito amore, ci creò a sua immagine e somiglianza; cioè, l’uomo divenne il custode di tutto il creato. Per questo don Luigi Giussani afferma che l’uomo è il livello della natura in cui essa prende coscienza di sé.

In particolare, quello che distingue l’uomo dalle altre creature del mondo è nel suo cuore, quell’insieme di evidenze ed esigenze fondamentali di felicità, verità, bellezza, bontà, giustizia con cui l’uomo è portato a paragonare tutto l’universo con se stesso. Un cuore che, nell’impatto con la realtà, si scopre insoddisfatto e anela a ciò per cui in ultima istanza fu creato, che è la sua felicità.

Questa sproporzione tra la realtà e il desiderio è ciò che spinge l’uomo ad una ricerca senza limiti. È precisamente questa più o meno cosciente relazione con l’infinito ciò che pone in movimento gli uomini di tutti i tempi, anche in questa epoca dominata dal nichilismo, dal relativismo e dal consumismo che ci rende sempre più materialisti, dove la persona vale più per ciò che ha che non per ciò che è. Il nichilismo è la conseguenza inevitabile soprattutto della presunzione antropocentrica secondo la quale l’uomo è capace di salvare se stesso.

«Non posso negare che l’evidenza più grande e profonda che percepisco è che io non mi faccio da me, non sto facendomi da me. Non mi do l’essere, non mi do la realtà che sono, sono “dato”. È l’attimo adulto della scoperta di me stesso come dipendente da qualcosa d’altro. Quanto più io scendo dentro me stesso, se scendo fino in fondo, donde scaturisco? Non da me: da altro. È la percezione di me come un fiotto che nasce da una sorgente. C’è qualcosa d’altro che è più di me, e da cui vengo fatto. Se un fiotto di sorgente potesse pensare, percepirebbe al fondo del suo fresco fiorire una origine che non sa che cos’è, è altro da sé. Si tratta della intuizione, che in ogni tempo della storia lo spirito umano più acuto ha avuto, di questa misteriosa presenza da cui la consistenza del suo istante, del suo io, è resa possibile. Io sono “tu-che-mi-fai”». (Luigi Giussani, Il senso religioso)

Per questo, oltre all’interesse che possiamo avere o all’impeto che possiamo impiegare nel prenderci cura dell’ambiente o nel “salvare l’Amazzonia”, unicamente dentro ad un’esperienza umana in cui ognuno si percepisca come un “dono”, come “dato”, può esistere la coscienza di curare ciò che c’è intorno. È bello tornare ad accorgersi, con lo stupore di un bambino, che ogni uomo porta nel cuore le stesse esigenze di felicità, giustizia, amore, bellezza, bontà, che incontra in un Io senza il quale non potrebbe esistere, come il fiore che dipende totalmente dalla forza delle radici.

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