«La sentenza sugli ovociti è una pericolosa commercializzazione del corpo umano»

Roberto Colombo, bioeticista dell’Università Cattolica: «La sentenza della Corte di giustizia europea si fonda su un’idea di essere umano come di un prodotto»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

D’ora in poi l’ovocita femminile potrà essere venduto e usato per la ricerca, perché «non costituisce un embrione umano». Lo ha stabilito la sentenza emanata dalla Corte di giustizia europea in merito al caso sollevato dalla International Stem Cell Corporation, l’azienda di biotecnologie californiana che aveva modificato un ovocita e a cui un tribunale inglese aveva negato il diritto di riproduzione del brevetto. «Questa sentenza ha implicazioni pericolose e si fonda su un’idea di essere umano come di un prodotto commerciabile. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, perché l’ovocita non è un embrione», spiega a tempi.it Roberto Colombo, bioeticista e docente all’Università Cattolica.

I giudici giustificano l’utilizzo di gameti umani dicendo che non si tratta di vita, come invece nel caso dell’embrione.
Si tratta comunque di una pericolosa commercializzazione del corpo umano, anche se per fortuna non è fatta su un essere umano. Il fatto che la sentenza lo dica è positivo, ma se i giudici fossero coerenti con la loro decisione dovrebbero tutelare qualsiasi embrione, che a differenza dell’ovocita è già persona. Il punto da sottolineare, allora, è che è sbagliato consentire di brevettare organi o parti del corpo umano.

Vede altri rischi?
La sentenza dice che lo scopo di utilizzo non è riproduttivo ma a fini di ricerca. Ma usare gli ovociti per la ricerca significa chiedere alle donne di produrli. Questo implica la stimolazione ovarica, un processo pesante sia dal punto di vista psicologico sia dei rischi futuri di malattia e sterilità per le donne che vi si sottopongono. È una decisione complessa, con implicazioni pesanti per più soggetti. Si può innescare un processo pericoloso ogni volta che si modificano cellule umane facendole girare fra i laboratori. Basti ricordare il caso delle cellule tumorali “Hela”, distribuite nei centri di ricerca di tutto il mondo: migliaia di prodotti farmacologici furono immessi sui mercati dopo essere stati testati su queste cellule, malgrado gli scienziati non conoscessero la loro provenienza. Si scoprì poi che le “Hela” avevano contaminato quasi tutte le colture cellulari esistenti all’epoca, per cui fu necessario prendere delle misure importanti. Non è questo il caso, ma l’esempio dice che gli effetti incontrollati della diffusione di ovociti modificati potrebbero essere molti altri rispetto a quelli già evidenti.

E se non ci fossero effetti?
Resta che non si possono commerciare parti del corpo umano o brevettarle, trasformando l’essere umano in uno strumento al servizio della ricerca.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •