Murgia e l’antirazzismo con la “ə”

Cosa c’entra il tragico suicidio di Seid Visin con l’uso ingrifato dello schwa brandito dalla scrittrice per concionare sul “razzismo sistemico”? Nulla. Una tragedia ridotta a bottarga

Michela Murgia firma la prima pagina della Stampa sul suicidio di Seid Visin (foto Ansa)

«Così come da femminista non sopporto di sentire che non tutti gli uomini sono maschilisti, non comincerò questa riflessione dicendo che non tutti i bianchi sono razzisti». Michela Murgia è un tipo stanziale, dove c’è da ridurre l’italiano a bottarga o dargliele sode all’eterofascista lei c’è. Oggi sulla Stampa, a parlare di Seid Visin. E di razzismo con la “Ə”.

E che c’entra il tragico suicidio del ragazzo che aveva militato nelle giovanili del Milan col sessismo o l’uso ingrifato dello schwa necessario a Murgia per montare in bigoncia sul “razzismo sistemico che fa vergognare le vittime”? Assolutamente nulla. Ma tant’è.

«Facciamo tutti schifo», «scusaci»

Nelle ultime 48 ore l’ufficio del coroner di Repubblica ci ha detto che Seid Visin, 20enne calciatore di origine etiope adottato da una coppia di Nocera Inferiore, provincia di Salerno, «ha scelto di togliersi la vita per il clima di razzismo che respirava in Italia». L’ex centrocampista della Juve Claudio Marchisio ci ha detto che «facciamo tutti schifo», un paese di buoni tutti parlare di integrazione e poi a rifiutarci di farci servire al ristorante «da un ragazzo di colore» e che «quando in classe con i propri figli ci sono dei ragazzi di colore storce il naso».

Roberto Saviano ci ha spiegato che Seid è stato in sintesi ucciso da Salvini e Meloni, «un giorno farete i conti con la vostra coscienza, perché la sadica esaltazione del dolore inflitto ai più fragili prima o poi si paga». Laura Boldrini uguale, «Sentiva il peso infame dello sguardo del razzismo. (…) Mi auguro che anche una ‘certa’ politica rifletta sulle conseguenze delle sue sprezzanti parole». Il segretario del Pd di stanza su Twitter Enrico Letta cinguetta due volte: «Seid Visin. Se puoi, scusaci», e poi «Chiediamo perdono». E via di ius soli e ius culturae e ping pong con la destra “mandataria”.

La lettera di Seid

Tutto è partito con una lettera che il ragazzo inviò a psicoterapeuta e amici nel 2019, l’anno dei porti chiusi e della Gregoretti e resa pubblica poche ore dopo la notizia del suo suicidio, lettera in cui il ragazzo racconta di sentire addosso il peso degli «sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone» e pensa al destino dei migranti:

«Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone».

«La politica lasci stare mio figlio»

Questo nel 2019. Anno 2021 Seid, iscritto all’Università di Milano, fidanzato con Sara, una bella ragazza finlandese con cui era partito per andare a vivere in Finlandia l’anno della pandemia, tornato a casa da qualche mese, si è impiccato. «Era tornato diverso. Ma queste sono storie private della nostra famiglia, dove nessuno in questo momento deve entrare. Perché stiamo soffrendo molto. E il nostro dolore non deve essere strumentalizzato, da nessuno» ha detto il papà Walter Visin. Che dopo aver negato categoricamente che il figlio si sia ucciso per motivi razziali, ha ribadito che quella lettera

«era una cosa vecchia, che risale a tre anni fa. Era stato uno sfogo, Seid era esasperato dal clima che si respirava all’epoca in tutto il Paese. Ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni. Farò una smentita pubblica, se necessario».

Per qualche copia in più

E ancora «sicuramente le discriminazioni non c’entrano. Non voglio parlare delle questioni che riguardavano mio figlio da vicino, delle sue sofferenze personali». Nessuno di chi ha issato sul pennone antirazzista la faccia di Seid ha fatto un passo indietro. Nessuno davanti alla realtà così come era, un ragazzo che si è sucidato, ha cinguettato una scusa ai genitori.

Qualcuno segnala anche un post della psicoterapeuta Rita D’Antuono D’Ambruoso, ritenendola destinataria della lettera di Seid: «Per rassicurarci, per prendere le distanze, iniziamo a raccontarci (e a credere) che sia successo per un motivo specifico. Ché dire a noi stessi che potrebbe capitare a chiunque, compresi noi, sarebbe troppo difficile da tollerare. E allora scegliamo un’altra strada, qualche volta quella che ci fa “sentire buoni”, “accusatori”, o che, semplicemente, ci fa vendere qualche giornale in più».

Il Davigo-pensiero di Murgia

I giornali l’intervista al papà di Seid l’hanno pubblicata. Di sguincio o taglio basso, ché come dice Andrea Scanzi «c’è solo una categoria peggiore dei razzisti. Quella dei razzisti che, ora, dicono “eh ma quella lettera era di tre anni fa” (…) Persone ignoranti e schifose (…) Non hanno pudore, non hanno vergogna. (…) Il peggio del peggio del paese». Ma nonostante le smentite del padre in prima pagina sulla Stampa c’è lei, Michela Murgia. Murgia col suo Davigo-pensiero sul bianco che nasce e muore razzista e l’antisessismo al carasau.

Murgia che accosta l’impiccagione di Seid a quella di Moussa Balde, che si è ucciso in un Cpr, e all’aggressione di un medico fiscale camerunense da parte del lavoratore chioggiano di cui aveva riscontrato l’assenza irregolare da casa, vicenda che dimostra che nessuna integrazione «alla fine supera il razzismo sistemico, perché chi è razzista troverà sempre un motivo al suo odio».

Il mondo in bianchə e nerɘ

E siccome al netto delle quattro negazioni in una frase la premessa di Murgia è il razzismo è di chiunque sia bianco, «tuttɘ dobbiamo fare i conti col nostro». Tuttɘ. Lo dobbiamo a chi «da nerɘ» (sic) come Seid subiva discriminazioni. E siccome non si può «eludere la discriminazione sistemica» cambiare le leggi «è un dovere di tuttə». Gli accordi di anti-immigrazione con la Libia finanziano «atti di privazione dei diritti che non tollereremmo mai su cittadinə bianchə europeə». Anche l’assenza di ius soli o ius culturae, «perché subordina il diritto di essere riconosciutə al dovere di essere assimilatə». Avete capito qualcosa? No?

«Tra calabrese e campano…»

Immaginate la povera Flavia Fratello che questa mattina ha condotto la rassegna Stampa e regime su Radio Radicale, «non è un pezzo facilissimo da leggere perché Murgia a un certo punto inizia a fare largo uso della schwa» (questo modaiolo modo di esprimersi “inclusivo” che non discrimini nessuno), «un’intonazione a metà tra il calabrese e il campano che rende un po’ complicata la lettura…». La conclusione di Murgia sulla vicenda Seid Visin è dunque:

«Se sei nerə, sei un parassita da mantenere, ma se ti mantieni da solə, stai rubando le opportunità a un italianə. Se ricevi asilo devi ringraziare l’Italia che ti ha offerto un’occasione, ma se vieni respintə è perché comunque finiresti nelle mani dello sfruttamento o della criminalità. Noi ti facciamo un favore anche quando ti cacciamo. Noi bianchə che concediamo, generosə o prudenti. Noi bianchə, così tanto migliori di te».

Rileggetela, la macedonia tutta schwa, pregiudizi e razzismi dell’antirazzista in chief Michela Murgia, che nella vicenda di Seid non vede nient’altro che questo: un ragazzo di colore. Il Post consiglia di pensare «alla vocale indistinta che i napoletani usano per l’imprecazione mamm’t». E voi lì alla Stampa, tuttappost?