Se nemmeno il pragmatismo di Angela Merkel funziona

Il deludente risultato della Cdu in Meclemburgo-Pomerania fa sorgere qualche interrogativo. Sull’immigrazione occorre cambiare politica

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Se non ce la fa Angela Merkel nel suo collegio elettorale, come potranno farcela i leader di governo degli altri paesi dell’Unione Europea? L’insuccesso della cancelliera nelle elezioni regionali di domenica scorsa nella sua regione natale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, che ha visto sia il Partito socialdemocratico (Spd) che il partito populista di destra Alternativa per la Germania (AfD) scavalcare la Cdu e relegarla al terzo posto, suona come una campana a morto non solo per le speranze dei democristiani tedeschi di vincere le elezioni politiche previste per l’autunno del 2017, ma anche come un allarme per tutti i partiti e coalizioni di governo in Europa che nei prossimi mesi dovranno affrontare le urne mentre perdura la crisi delle migrazioni di massa.

Per la verità l’ondata di profughi in Germania si è molto ridotta, secondo l’Ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati alla fine di quest’anno la cifra degli ingressi si fermerà attorno a 300 mila, molti di meno degli 1,1 milioni del 2015. Nel Meclemburgo-Pomerania, poi, i rifugiati attualmente insediati sono poco più di 23 mila, e la situazione economica della regione, per lungo tempo la più arretrata di Germania dopo l’unificazione del 1990, negli ultimi anni è migliorata. Eppure nel voto di domenica l’AfD ha conquistato il 20,8 per cento di voti, mentre la Cdu è scesa dal 23 al 19 per cento e la Spd ha mantenuto il primo posto ma perdendo cinque percentuali, scendendo dal 35,6 al 30,6 per cento. Insomma, il voto anti-immigrati perdura al di là dell’emergenza, e i partiti dell’establishment ne fanno le spese: questo è il responso del voto tedesco.
In buona sostanza le preoccupazioni di una parte crescente dell’elettorato circa l’influsso non solo presente ma futuro dell’immigrazione di massa si mostrano ormai come permanenti e non congiunturali: chi ha votato AfD e chi è tentato di votarlo manifesta la sua contrarietà non semplicemente al meticciamento del proprio territorio, che non è avvenuto, ma a quello di Berlino, Monaco, Colonia, Francoforte. Non vuole veder cambiare la Germania. Ritiene una sciagura inevitabile i ricongiungimenti familiari dei profughi e dei migranti ammessi a vivere sul territorio tedesco, e che sono in grande maggioranza, come ovunque in Europa, giovani maschi. Infine teme che gli estremisti islamici avranno tutto il tempo per reclutare centinaia di militanti e forse di terroristi nella massa degli immigrati musulmani non ancora integrati. Per l’integrazione, infatti, secondo i dati ufficiali ci vogliono 5-10 anni, durante i quali i nuovi arrivati potrebbero esser facili prede di organizzazioni terroristiche.

Se nemmeno il pragmatismo di Angela Merkel, l’efficienza tedesca (ma le domande di asilo in arretrato da esaminare sono salite a 460 mila, mentre 300 mila arrivati devono ancora presentare le loro domande) e l’economia in espansione riescono a frenare la deriva dell’elettorato verso l’estrema destra, occorre evidentemente cambiare politica, o almeno prospettarne una diversa. Dichiarava recentemente Gian Carlo Blangiardo in un’intervista a Tempi che è irrealistico sia alzare muri per fermare le migrazioni, sia credere di potere accogliere e integrare tutti coloro che desiderano venire in Europa. Bisognerebbe allora cercare di organizzare una mobilità circolare, grazie alla quale gli africani e gli arabi che vengono in Europa si formerebbero, creerebbero reti, accumulerebbero capitale e quindi tornerebbero nei paesi d’origine e lì investirebbero i capitali e farebbero fruttare le reti di relazioni che hanno creato nel periodo della migrazione. Proposta interessante, che potrebbe salvare Africa, Europa e Vicino Oriente. Ma finora nessun partito politico non l’ha non diciamo adottata, ma nemmeno presa in considerazione.

Foto Ansa

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