E se l’Isis fosse sconfitto?

A due anni dalla sua proclamazione, il califfato perde terreno. Ma la crisi dello Stato islamico difficilmente sarà definitiva. Ecco perché

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Mercoledì 29 giugno sono trascorsi due anni dalla proclamazione del califfato universale da parte dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), e non solo nessun paese al mondo ha riconosciuto lo stato del califfo Abu Bakr al Baghdadi e nessuno dei 56 paesi che aderiscono all’Oci (Organizzazione della cooperazione islamica) ha deliberato di sottomettersi alla restaurata teocrazia, ma la neonata creatura mostra segni di deperimento.

Due anni fa l’Isis sembrava procedere di conquista in conquista proprio come al tempo di Omar, il secondo califfo. È stato così fino alla primavera dell’anno scorso, quando lo Stato islamico (altro nome del califfato) ha toccato il punto della sua massima espansione con la conquista di Ramadi nell’Iraq centrale e di Palmyra nel deserto occidentale siriano. Da quel momento le fortune del califfato si sono capovolte: già nel mese di marzo aveva dovuto rinunciare alla conquista di Kobane sul confine turco-siriano, assediata per oltre sei mesi sotto l’occhio delle telecamere di tutto il mondo, e in Iraq aveva perso Tikrit che occupava dal giugno 2014; dopo un’estate senza conquiste in novembre l’Isis ha perso Sinjar, capitale degli yazidi iracheni, attaccata dai peshmerga curdi, poi nel febbraio di quest’anno Ramadi riconquistata dall’esercito iracheno, Palmyra in marzo riconquistata dalla coalizione russo-siriana e nel corrente mese di giugno Falluja, che si trova a soli 60 chilometri da Baghdad e che era controllata dall’Isis dai primi di gennaio del 2014, conquistata dall’esercito iracheno e dalle milizie sciite dopo quattro mesi di assedio.

In Siria le Forze democratiche siriane (Fds) a dominante curda stanno attaccando le posizioni dell’Isis a est di Aleppo e a nord di Raqqa, mentre i ribelli sunniti filoamericani, filoturchi e filosauditi stanno battendosi con l’Isis a nord di Aleppo. Quando si guarda alla superficie di territorio sotto il governo dello Stato islamico, si può stimare che rispetto alla primavera del 2015 abbia perso la metà di quello che controllava in Iraq e il 20 per cento di quello che dominava in Siria. In diminuzione (si stima di un terzo) anche le entrate dall’esportazione del petrolio e di altri prodotti dei territori controllati e dai trasferimenti finanziari internazionali, come pure il numero degli effettivi in armi: attualmente si calcolano fra i 19 e i 25 mila, mentre nel dicembre 2014 avevano toccato i 31 mila. Secondo fonti americane, in due anni il califfato ha perso 25 mila uomini in battaglia.

Il declino politico-militare dello Stato islamico non dovrebbe sorprendere: il fanatismo ideologico ha spinto l’organizzazione a dichiarare guerra al mondo intero senza disporre dei mezzi per condurla. L’Isis è riuscita nell’impresa di coalizzare contro di sé sunniti e sciiti, curdi e arabi, russi e americani; senza aviazione e con poche forze corazzate il califfato ha mandato al macello migliaia di uomini contro forze terrestri non certo imbattibili, ma supportate dall’arma aerea. Volendo proporsi come stato, ha offerto ai nemici i tipici bersagli di una guerra fra stati: strade, ponti, raffinerie, centri direzionali di governo.

I pasticci americani
L’apparente gara fra le forze curde supportate dagli Stati Uniti e le forze governative appoggiate dalla Russia a chi conquista prima Raqqa, la capitale della provincia siriana del califfato, sembra la riedizione in sedicesimo della corsa per la presa di Berlino alla fine della Seconda Guerra mondiale. Eppure quella che da molte parti è annunciata come l’imminente sconfitta decisiva dell’Isis, con la perdita dei suoi capisaldi più importanti, difficilmente sarà definitiva. Per una ragione di fondo: come gli Alleati e l’Unione Sovietica al tempo della guerra contro Hitler, come Mao e Chang Kai-shek al tempo dell’occupazione giapponese della Cina, gli avversari dell’Isis sono uniti solo dal fatto di avere un nemico comune, per il resto sono in competizione fra loro. Scacciata l’Isis dalle città e riconquistato il controllo delle infrastrutture del territorio, ricominceranno a combattersi fra di loro. In molti casi non hanno mai smesso di farlo.

In Siria, come è noto, l’Isis è apparsa nell’estate del 2013, quando la guerra civile internazionalizzata era già in corso da più di due anni. Tre anni dopo, la soluzione del conflitto ancora non si vede: le richieste pregiudiziali dell’opposizione che esigono le dimissioni irrevocabili del presidente Bashar al Assad nascondono la vera posta in gioco, che è quella della collocazione geopolitica della Siria: i ribelli e i loro sponsor stranieri la vogliono trascinare nel campo sunnita egemonizzato da Arabia Saudita e Turchia, strappandola alla storica alleanza con la Russia e con la Repubblica islamica dell’Iran sciita.

Questa è una prospettiva che non piace alla grande maggioranza della popolazione che vive nei territori sotto il controllo del governo di Damasco. Avversi alla sostituzione del potere di Assad con un potere islamista sunnita sono pure i curdi siriani del Pyd e le tribù arabe coalizzate nelle Forze democratiche siriane, che sono l’epitome di tutti i pasticci dell’amministrazione americana in Siria: armate e finanziate dal Pentagono, le Fds si sono scontrate più volte con fazioni del Libero esercito siriano armate e addestrate dalla Cia. Essendo il Pyd nient’altro che la filiale siriana del Pkk, è facile immaginare che se Raqqa e l’area di confine di Manbij cadranno sotto il controllo delle Fds, la Turchia riprenderà a sostenere l’Isis in funzione anticurda. La stessa cosa farebbero le tribù sunnite della regione di Der Ezzor, da tempo radicalizzate in senso salafita, se i loro territori attualmente controllati dall’Isis finissero spartiti fra le forze del regime di Damasco e i curdi delle Fds.

In Iraq le cose stanno ancora peggio. Le tensioni interne alla coalizione delle forze sciite, quelle fra Kurdistan e governo centrale di Baghdad e quelle interne al mondo politico curdo sono destinate a riesplodere il giorno dopo che l’Isis cessasse di essere il problema comune. A ciò si aggiunga che i vittoriosi assalti del ristrutturato esercito iracheno a città a maggioranza sunnita occupate dall’Isis come Tikrit, Ramadi e Falluja sono stati resi possibili dal decisivo supporto delle milizie sciite riunite nelle Unità di mobilitazione popolare, quasi tutte supervisionate da elementi delle Guardie della Rivoluzione iraniane. Queste milizie si sono macchiate e ancora si macchieranno di crimini nei confronti delle popolazioni civili sunnite, accusate indistintamente di complicità con l’Isis.

Di nuovo si creerà il brodo di coltura che fra il 2010 e il 2013 ha permesso all’organizzazione antenata dell’Isis di assurgere da formazione clandestina sconfitta e costretta alle catacombe a esercito jihadista che tremare il mondo fa. Stavolta sarà ancora più facilitata dalla paralisi politica dei suoi avversari: a Baghdad il parlamento non si riunisce più dopo l’assalto popolare guidato dal leader radicale Moqtada Sadr, nel Kurdistan iracheno è braccio di ferro a tre fra il Pdk di Massoud Barzani, filo-turco, il Puk filo-Pkk, e Gorran, formazione laica ma filoiraniana. Anche il parlamento regionale curdo è andato in stallo. Per non parlare della crisi economica causata dal crollo del prezzo del petrolio: a Baghdad ed Erbil non si muove più foglia per mancanza di risorse economiche.

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