Se il laico Yamanaka ha visto sua figlia nell’embrione, perché gli altri non ci riescono?

Il Nobel per la Medicina ha detto che la sua ricerca nasce dalla constatazione che l’embrione è un essere umano. Cosa occorre agli altri per non negare l’evidenza?

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C’è qualcosa di commovente nelle parole che Yamanaka, il novello Nobel per la medicina, pronunciò qualche anno fa in una intervista al New York Times.

“Il dottor Yamanaka era un assistente professore di farmacologia che faceva ricerca sulle cellule staminali embrionali (…) Su invito di un amico guardò attraverso un microscopio uno degli embrioni umani conservati nella clinica. Quello sguardo cambiò la sua carriera scientifica.
“Quando vidi l’embrione, mi accorsi improvvisamente che c’era piccolissima differenza tra lui e le mie figlie”, disse il Dr. Yamanaka (…) “Pensai, non possiamo continuare a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci dev’essere un altro modo”.

Quello sguardo, quella nuova consapevolezza non ha cambiato solo la vita di Yamanaka, ma la storia della scienza. La tecnica di distruzione degli embrioni per ottenere staminali, fallimentare e tuttavia ostinatamente perseguita, è ormai superata da quella di riprogrammazione cellulare che lo scienziato giapponese ha ideato. Non sapremo mai con precisione la vera estensione del massacro di questi anni, fatta in nome di una ricerca che tutto può. Quando c’era “semplicemente” da cercare un altro modo.

Una domanda però mi sorge: se questa persona, che non credo nessuno possa affermare essere un fideista ignorante, ha visto in un embrione un essere umano, come mai tanti ancora oggi non ci riescono? Da quale microscopio occorre farli guardare per mostrare loro l’evidenza?

Tratto dal blog di Antonio Benvenuti

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