Scordatevi la rivoluzione: siamo tutti indagati

Sono tutti lì ad ammiccare alle viscere di chi ormai considera l’avviso di garanzia come il massimo strumento di delegittimazione antropologica; ma sono tutti lì con qualche peccatuccio sotto il cuscino

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti? No, perché siamo tutti indagati. Uomini, donne e giornalisti. Anch’io, nel mio piccolo: indagato dalla procura di Milano per un editoriale scritto anni fa da condirettore del Foglio, un’intemerata ultra garantista a beneficio di un Berlusconi appena entrato nel tunnel del processo Ruby-ter (a proposito: caro Cav. ricordate dell’amici…). I due pubblici ministeri competenti non l’hanno presa bene. Non sono ancora riuscito a comprendere a causa di quale reato dovrei predispormi al rinvio a giudizio. Diffamazione? Lesa maestà?

Non so nemmeno se il mio status d’indagato sia d’ostacolo o no a un impegno militante con il Movimento 5 Stelle. Non che mi punga la tentazione, trovo però difficile districarmi tra la confusione che avvolge i pentastellati in una nuvola di rassegnata collera dacché Beppe Grillo e Alessandro Di Battista sono stati iscritti nel registro degli indagati su denuncia (per diffamazione) di una loro ex candidata sindaco. Giornaloni antipatizzanti, osservatori in grisaglia e odiatori professionisti in servizio sul web ne hanno approfittato per sbeffeggiare i collerici grillini con sadismo compiaciuto, in attesa della ghigliottina che attende immancabilmente i moralizzatori moralizzati.

tempi-processo-giornalismoIl direttore del Fatto, Marco Travaglio, ha confezionato una difesa di buon senso: tutti i giornali e i telegiornali d’Italia potrebbero scrivere e titolare su questo o quel direttore indagato per diffamazione… «naturalmente non lo fanno perché non resterebbe più spazio per le notizie vere». L’inviato della Stampa Mattia Feltri, da latitudine opposta, ha ammesso che ricamare su Grillo e Di Battista indagati «per una banale diffamazione» è un «eccesso di zelo. #noia». Noia?

Tra l’una e l’altra opinione c’è di mezzo la società giudiziaria di cui parla l’ex magistrato Luciano Violante, quella prodotta dalla metamorfosi manettara della vecchia (e già un po’ inquietante) società civile degli indignati. Complice l’obbligatorietà dell’azione penale, ma sopra tutto l’interpretazione strumentale e politica dell’ordinaria attività giudiziaria, l’Italia si ritrova nella paradossale circostanza di essere al contempo la Repubblica degli indignati e la Repubblica degli indagati. Governativi e anti sistema, destra e sinistra, apocalittici e integrati: sono tutti lì ad ammiccare alle viscere di chi ormai considera l’avviso di garanzia come il massimo strumento di delegittimazione antropologica; ma sono tutti lì, appunto, con qualche peccatuccio sotto il cuscino o un pm coi denti attaccati al loro polpaccio. E si bastonano a vicenda accusandosi d’ipocrita devozione alla dea bugia, ribattezzata post-verità. Inutile sperare in un disarmo bilaterale, se non quando sarà troppo tardi.

Quanto ai mezzi d’informazione, indagatori e indagati a loro volta, si candidano a risolvere il problema dichiarando guerra alle così dette fake news, essendone invece l’arsenale più munito, come dimostra il caso di Ilaria Capua al quale abbiamo dedicato la storia di copertina. Obiezione: voi di Tempi non fate parte della giostra? Come no, però abbiamo letto Nietzsche e con lui ammettiamo che «il dotto degenera nel giornalista» e che «ancora un paio di secoli di giornali e tutte le parole puzzeranno». Ci siamo quasi.

Foto Ansa

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