“Scoperti” i disegni del Caravaggio? Meglio un ragionevole dubbio

Sul Domenicale del Sole 24 Ore, il critico d’arte Davide Dotti smonta la tesi della presunta autografia di 100 disegni caravaggeschi, rinvenuti a Milano da una coppia di studiosi.

È da quando la notizia è apparsa sul sito dell’Ansa che fior fior d’accademici hanno cominciato a indagare la veridicità dei ritrovamenti di cento disegni autografi di Michelangelo Merisi, meglio conosciuto con lo pseudonimo (e toponimo) Caravaggio. La reticenza del mondo accademico a parlare della miracolosa scoperta del duo Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli potrebbe essere letta come conferma che di bufala, più che di scoperta, si tratta.

Un articolo di Davide Dotti, critico e storico dell’arte, sul Domenicale de Il Sole 24 Ore, dissipa la nebbia del dubbio, smantellando alcune “prove” che confermavano la tesi di Bernardelli Curuz e Conconi Fedrigolli. I disegni incriminati sono stati rinvenuti nel “Fondo Peterzano”, nel Castello Sforzesco di Milano. Presso la bottega del maestro Simone Peterzano, infatti, Caravaggio si era formato tra il 1584 e il 1588. Era dunque più che lecito aspettarsi, all’interno del suddetto archivio, uno o più disegni del Merisi. Già nel 2002, nella rivista d’arte Paragone, Giulio Bora, esperto studioso di arte lombarda, dopo aver condotto con pazienza e distacco lo spoglio dei 1378 fogli del fondo, era arrivato a una conclusione. Nulla faceva presentire la presenza caravaggiesca: si poteva ipotizzare solo prudentissimamente – e a seguito di ulteriori minuziose ricerche – la mano del famoso pittore. Non senza forzature, poiché del tratto del giovane non si hanno autografi, per cui ogni cautela è più che necessaria.

Davide Dotti prosegue nella sua dimostrazione. Una prova dell’autorevolezza della  tesi dell’autografia era rappresentata da un disegno raffigurante il volto di un anziano signore, da cui Merisi avrebbe poi tratto la faccia della fantesca a destra di Giuditta nel dipinto Giuditta e Oloferne. In realtà, la fisionomia del volto è più simile alla statua del Seneca di Guido Reni, di cui nel disegno si sottolinea il chiaroscuro dovuto all’inclinazione della luce sulla statua nel momento della raffigurazione su carta. L’opera è datata intorno al 1601-1603, in anni ben più recenti rispetto alla giovinezza di Merisi. Con la tesi di Davide Dotti concordano i maggiori esperti del Caravaggio (Claudio Strinati, Mina Gregori, Giulio Bora e Maurizio Calvesi) senza riserva alcuna. Un caso emblematico – questo assieme ad altri due esempi – che mette in discussione la presunta attribuzione degli altri novantasette esemplari.