Scola: la “neutralità” dello Stato? Si è trasformata in discriminazione

Estratto da Non dimentichiamoci di Dio (Rizzoli), il nuovo libro del cardinale Angelo Scola sulla libertà religiosa.

Pubblichiamo un estratto da Non dimentichiamoci di Dio (Rizzoli), il nuovo libro del cardinale Angelo Scola dedicato al tema della libertà religiosa che l’arcivescovo di Milano ha introdotto in occasione del Discorso alla Città per la festa di sant’Ambrogio 2012, anche pensando al 1700esimo anniversario dell’Editto di Milano che cade proprio nel 2013. Il volume sarà presentato il 16 aprile alle 18.30 all’Auditorium di Milano da Francesco D’Agostino, editorialista di Avvenire, Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, Ezio Mauro, direttore di Repubblica, e Monica Maggioni, direttore di RaiNews24 e Televideo. All’incontro è previsto anche un intervento del cardinale.

L’evoluzione delle società democratico-liberali è andata sempre più mutando l’equilibrio su cui tradizionalmente si reggeva il potere pubblico (…). Tradizionalmente lo Stato non doveva che “riconoscere” diritti, valori e realtà che avevano la loro esistenza nell’ethos sociale, limitandosi a regolamentarne le conseguenze più rilevanti per la vita associata politica. A nessuno sfugge che questa posizione dipendeva dalla coscienza, pacificamente posseduta, della radicale insufficienza dell’idea di un “diritto puro”. Ancora fino a qualche decennio fa il riferimento sostanziale ed esplicito andava a strutture antropologiche generalmente riconosciute, almeno in senso lato, come derivanti dalla tradizione religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte. È così che anche legislazioni intenzionalmente “anticlericali” portavano ancora in sé una diffusa eco di valori religiosi cristiani, e che il problema del fondamento ultimo della legge risultava politicamente poco rilevante.

Che cosa è accaduto quando questo riferimento di origine religiosa è stato messo in questione e ritenuto ormai inutilizzabile? Il neoliberalismo contemporaneo si è spostato verso posizioni che cercano di fondare il politico su procedure del tutto neutrali rispetto a qualunque visione “sostantiva”, volendo garantire una neutralità attiva, ma giungendo, in taluni casi, a teorizzare addirittura che coloro che credono in una verità debbano semplicemente essere esclusi dal dibattito politico liberale, come sostiene un autore di non piccola influenza come il filosofo Richard Rorty: «Noi eredi dell’Illuminismo pensiamo di persone simili che sono pazze. Questo avviene perché non c’è modo di considerarle come concittadini della nostra democrazia costituzionale, come persone i cui progetti di vita potrebbero, con un po’ d’ingegno e di buona volontà, essere adattati a quelli degli altri cittadini. Essi non sono matti perché hanno frainteso la natura astorica dell’essere umano. Sono matti perché i confini della sanità mentale sono istituiti da quello che noi possiamo prendere sul serio».

Al confronto di queste parole di Rorty, quelle di Benedetto XVI sulla “dittatura del relativismo” appaiono un understatement. In questo modo, per contraccolpo, il classico problema del giudizio morale sulle leggi si è andato sempre più trasformando in un problema di libertà religiosa. Ovviamente stiamo semplicemente considerando ciò che, a dire di molti autori, è accaduto. Vogliamo cioè descrivere una situazione storica di fatto o, almeno, una tendenza ben presente nelle società plurali di Occidente. (…)

L’idea stessa di “neutralità” è assai problematica soprattutto perché non applicabile alla società civile, la cui precedenza lo Stato deve sempre rispettare, essendo esso deputato a “governarla” e non a “gestirla”. Però, rispettare la società civile, implica riconoscere un nuovo dato oggettivo: oggi nelle società civili occidentali, soprattutto europee, le divisioni più profonde sono quelle tra cultura secolarista e fenomeno religioso, e non – come spesso invece erroneamente si pensa – tra credenti di diverse fedi. Si tratta di non misconoscere questo dato, non di sottovalutare il tragico peso dei fondamentalismi e il benefico apporto delle “poliarchie”. In caso contrario, la giusta e necessaria aconfessionalità dello Stato ricondotta all’idea di “neutralità” finisce per legittimare una visione del potere pubblico come difensore di una laicità estranea alle realtà religiose e diffidente, se non discriminante, nei loro confronti. (…)

Un bene veramente comune
Come ovviare a questo grave stato di cose? Certamente non tutto può essere lasciato al compito della politica, anche se occorre non sottovalutare l’influsso di talune decisione ideologiche che si reputano avanguardiste e deputate ad educare la mentalità comune: non è sempre vero che le leggi rispondano a reali richieste della società civile.

Per offrire una proposta alternativa e costruttiva a questo stato di cose occorre ripensare il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa. È necessario uno Stato che, senza far propria una specifica visione, non interpreti la sua aconfessionalità come “distacco”, come una impossibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune.